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Cari internauti, mi chiedevo se la Svizzera si potesse davvero definire: “il giardino privato nell’Europa”.

Il fatto che io mi ponga la domanda delinea che personalmente non mi reputo affatto un esperto di questo paese solo perché vi ho dormito per tre notti, però vedere uno scorcio della realtà mi ha dato una certa sensazione che cercherò di descrivere o giustificare con alcune fotografie scattate durante il mio soggiorno.

Inoltre aggiungo che questa sensazione si è amplificata vedendo alcuni video “spot” che si possono trovare sulla pagina Facebook I Love Switzerland! e mentre cercavo informazioni su un’altra “location” per un mio possibile viaggio il prossimo anno (BrigZermatt, Cervino).

Questa sensazione è descritta nel titolo di questo post.

Nel camminare, guidare o mentre ero affacciato al finestrino abbassato del Trenino del Bernina, era come se fossi stato in un giardino privato.

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O meglio, come quando ci si trova in un giardino privato qui in Italia, con la differenza che la è comunque il bene comune, il bene pubblico.

Nel nostro “Bel Paese” la mentalità di mantenere in perfetto ordine le aree verdi, siano esse costituite da prati boschi o giardini floreali, la possiamo appunto trovare applicata quasi esclusivamente in parchi a pagamento o giardini privati (Gardaland, Villa Taranto, per esempio).

È davvero difficile trovare luoghi pubblici curati come si conviene.

Non voglio permettermi di sminuire il mio paese, ma chiunque sia stato almeno una volta in territorio svizzero sa cosa intendo.

Per esempio i prati sono sempre tagliati e mantenuti e l’altitudine aiuta questa cura.

Infatti i 1700 metri di altezza e il fatto di essere una località famosa per l’alta probabilità statistica di pioggia o neve, non la rendono di certo un luogo dove la natura può essere detta rigogliosa. In questo periodo c’è ancora parecchia quiescenza.

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Però vedere, in diverse aree floreali e officinali le piantine che sono tenute perfettamente distanziate l’una dall’altra e con i rametti raccolti vicino al busto centrale, con degli spaghi è davvero, direi, impressionante.

In realtà probabilmente dovrebbe essere così anche qui, ancorché qui da noi abbiamo possibilità naturaliste molto superiori, un numero molto più ampio di specie vegetali che hanno la possibilità di vivere senza artifizi.

O forse loro possono permetterselo per la più classica delle giustificazioni: gli svizzeri hanno un territorio esiguo da controllare ed il turismo è la principale fonte del loro PIL.

Qualsiasi sia la motivazione, riescono perfettamente nel loro intento, anzi oserei dire che si sono spinti verso un estremismo, una vera ossessione del pulito, dell’ordine e della progettazione.

Si perché oltre ad essere un gran giardino curato, gli svizzeri hanno di fatto modellato la natura per le esigenze dell’uomo, del turista che si deve divertire.

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Sarò io l’esigente in senso opposto ma mentre camminavo per Pontresina o per Saint Moritz, ho visto Hotel e residenze (le Chase), costruzioni perfettamente ristrutturate e accessoriate con parcheggi sotterranei dedicati, strade private, centri congressi in stile architettonico nettamente più moderni rispetto ad uno stile che ci aspetterebbe trovare sulle Alpi.

Questo stile non mi ha turbato, me ne sono fatto una ragione. D’altronde questi luoghi sono rinomati per le Terme e Casinò, per il Trenino Rosso e la rete ferroviaria retica (tra l’altro lunga quasi tutta l’arco alpino svizzero), per le coppe del mondo di sci (Saint Moritz ospiterà quelle del prossimo anno), per le residenze all’estero di molti italiani. È una località da gossip, da grandi imprenditori, da tutti coloro che hanno sempre desiderato entrare nel jet set.

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Quindi non ci andrei mai per fare una vacanza “naturalistica”. Questo mio viaggio è stato più per un fine esplorativo. E sono molto contento di averlo fatto. Anche perché se da una parte la Svizzera mi ha procurato una sensazione di “snaturamento” del territorio, mi ha anche soddisfatto nel pensare che quel modus operandi degli abitanti è condiviso e tutti lavorano incessantemente per essere al top.

Come dicevo, il lato negativo di tutto questo è che modellando il terreno per l’Homo Turista hanno snaturato l’ambiente.

Mentre viaggiavo sul treno con la testa fuori dal finestrino lungo tutto il tragitto ho pensato ai “poveri” animali selvatici che abitavano o che popolavano quei boschi o i prati. Se normalmente scappano appena percepiscono le vibrazioni di uno scarpone sul sentiero, cosa fanno, se sul loro territorio ci passa un treno con tutte le vibrazioni e rumore che sprigiona? Migrano?

La Svizzera, o almeno, quello che ho visto io, è fatto per il benessere e il divertimento delle persone e del turista che è spinto a visitare parchi protetti e a pagamento per “vedere la natura”, o a salire sulle mille attrazioni che gli vengono offerti. Quasi ogni montagna è facilmente “scalabile” con una funivia, telecabina, o cremagliera. Mentre lungo i pendii, in discesa, hanno inventato qualsiasi gioco o attrazione a pagamento come slittini sui prati o su rotaie (ci sono anche in Italia).

La natura sembra essersi ritirata.

Ma il mio è stato un soggiorno talmente breve che appunto non mi rende un esperto, ci mancherebbe.

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Solo che se un giorno mi capitasse di tornarci, mi stupirei davvero se vedessi qualcosa di più selvatico in giro e lasciato a se stesso senza un “controllo”, come ad esempio una marmotta anarchica.

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Ciao a presto

Dave

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La paura. Una parola che comporta un’interazione. Allarmi del nostro cervello per proteggerci da situazioni potenzialmente e realmente pericolose, oppure da quelle che noi crediamo inconsciamente che possano diventarle.

Nella prima categoria, mi ci ficco a capofitto: sono aracnofobico.

La vista di qualsiasi ragno (dal più grande in una foto, al più piccino esemplare) mi ripugna e un brivido vertebrale mi sale lungo tutta la colonna.

Eccomi qui sotto rappresentato, alle prese con un individuo aracnide dalle dimensioni pressoché trascurabili.

alle prese con Aracnide

alle prese con Aracnide

Un gesto narrabile come scontro epico, lo scudiero (io) che vuole sanificare il suo prezioso castello (la mia auto) brandendo la durlindana (una piccola vanga).

All’origine di tutto potrebbe esserci una mia disavventura infantile in campagna, quando venivo praticamente obbligato a raccogliere la verdura e dovevo infilare mano e braccia tra le tele degli odiosi ottopodi artropodi terrestri!

Al solo pensiero, sembra di averne uno sulla spalla destra.. brr..

Sempre alla prima categoria appartengono:

  • la mia fobia al freddo. Non è proprio una paura, ma mi da malessere psico-fisico stare al freddo o mangiare all’aria condizionata. Oppure l’idea di nuotare in acqua fredda, o di stare seduto in auto con aria gelata ecc..
  • le vertigini..

Nonostante queste ultime due, la mia meta ideale per le ferie estive, non è una calda assolata spiaggia, ma un soggiorno montano in cui possa fare escursioni suggestive, ma senza mettere a dura prova la paura dell’altezza, susseguite dal tepore rilassante della spa. Quindi non del tutto masochista.

Alla seconda categoria invece appartiene per esempio la mia paura e ansia da prestazione. O meglio credo che si possa classificare così.

Si tratta di una paura fittizia e temporanea, inoltre penso che quasi tutti l’abbiamo vissuta almeno una volta. In sostanza è la paura di NON farcela. In quanti si chiedono e si sono chiesti se ce la faranno a fare un passo decisivo.

“Ce la farò quando sarà il momento di confrontarmi con un momento cruciale?”

Per esempio non mi riuscivo a vedere come farmacista: dietro un bancone a parlare con centinaia di persone diverse, ognuna con i propri caratteri e con le proprie questioni. Nella mia testa balenavano domande come queste: “Ce la farò quando ci sarà la calca? E se mi verranno a chiedere una cosa strana?” ..quante infinite ed inutili paranoie per un pericolo inesistente e in più inconsistente!

E prima ancora, durante l’università: “Dave mi dispiace dirtelo: non ti ci vedo proprio a discutere la tesi, tu da solo davanti alla commissione d’esame, parenti e amici (a no, loro mi hanno tirato buca e non sono venuti a sentirmi – no comment – )”.

Quindi tutto ciò che comporta il passo successivo, la paura di NON riuscire, quando in realtà al momento decisivo, non mi sono mai reso del tutto conto che il passo stesso l’avevo appena compiuto.

Mary Poppins diceva: “Supercalifragilistichespiralidoso”.

Invece io, che non sono M.P., dico (anche se forse non è un consiglio molto “genuino”) di rimanere leggeri con l’alimentazione quando si è in procinto di eseguire il “passo” e qui non aggiungo altro.

C’è poi l’ansia che mi viene alla sola idea di dover stare in mezzo a tante persone. Per esempio in situazioni pre-concerto, quando sono in un pullman o su un treno stracolmo.

Ma questo è niente rispetto ad una situazione come questa che vi racconto.

Immaginatela, io l’ho vissuta:

era il marzo di un anno tra il 2002 e il 2004. Mi sono svegliato, erano le cinque e il tempo stava letteralmente correndo, tanto che dopo miei “cinque minuti” erano già le 5:30. Comunque era tardi, e il bel programma della giornata era l’esame di fisiologia umana.

Dovevo muovermi, non potevo permettermi nemmeno un minuto in più per rivedere qualche altra pagina degli appunti. Ma dove erano finite le chiavi della macchina? Le trovo, ma poi non trovo quelle di casa, “caspita ma non potevo organizzarmi meglio ieri sera?”. Ops ma non ho messo il gel: gira i tacchi, si torna in bagno, gel phon e via ad aprire i battenti.

Ah che schifo!

Di solito davanti alla porta ci sono i propri gatti che vogliono entrare al caldo. Io invece cosa ho trovato? Eccolo la, in basso a destra in un angolo della porta, un ragno con un corpo di almeno cinque centimetri.

Beh fossi stato uno studente di schifezzologia mi sarei anche fermato a raccoglierlo, esaminarlo studiarlo, ma io avevo un treno da prendere, di altre strade non ne avevo e li c’era un ostacolo.

In quell’occasione ero sbarbatello, non usavo ancora la vanga (ops). Mi sono armato di scopa ed è stata guerra. Sono stati cinque minuti intensi: “abbiam perso tanti uomini” direbbe un veterano con un bicchiere di punch caldo in una mano e un sigaro cubano nell’altra, comunque la vittoria è stata sudata ma mia e il nemico è stato scacciato.

Quel giorno fu un 30.

Probabilmente la professoressa non mi diede la lode perché aveva visto nei miei occhi la piccola avventura mattutina. Che avevo forse usato violenza contro la buon’anima di un suo caro parente reincarnato in quell’essere? ..mah, chi lo sa?

Ciao a presto,

Dave

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..ecco trovarsi di fronte uno spettacolo così. buongiorno mondo!

..ecco trovarsi di fronte uno spettacolo così. buongiorno mondo!

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