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Archive for the ‘Salute e Benessere’ Category

La vita è intricata come le basi di una mangrovia tropicale. Un groviglio di rami e radici che nella quotidianità umana si traducono con le paranoie, le paure, le insinuazioni, la fede cieca o all’opposto la completa sfiducia.

Affrontare il problema che propongo è ovviamente più pericoloso e complicato del più semplice capacitarsene: arrogarsi il diritto al giudizio e sbilanciarsi in svariate opinioni, soprattutto quando una precisa situazione non la viviamo.

La gente ha bisogno di esprimersi in maniera più o meno elaborata sui social network, sotto i video di YouTube, etc..

La meccanica è sempre la stessa: l’opinionista di turno lancia un sasso nello stagno pieno di pesciolini senza portafoglio pronti ad abboccare. La sua frase a volte è ironica, a volte è un giudizio e a volte è un’opinione moderata.

Ma ecco il primo che commenta e poi arriva il secondo, tutti hanno il diritto di abboccare alla provocazione e di sfogarsi. È la democrazia del lamento e del sostegno fraterno tra persone che non si conoscono.

La moda è quella di potersi “sfogare”, scrivere il proprio stato d’animo sulla propria vita personale (e quindi intima), sulla politica (è tutto un complotto), addirittura sulla propria salute e pubblicare mille foto della propria immagine, riducendoci ad una vetrina di un’agenzia di incontri.

Da sempre ho avuto il sentore che c’era qualcosa che non quadrasse. La domanda assillante era: “ma credono che questo sia un aumento di democrazia?” “sarà gente sola in cerca di attenzioni?”

Non so, sono cose che non capisco e certamente non sarò io a far si che le cose cambino. Le mode come sempre hanno un picco massimo e poi una discesa. Spero solo che al suo diradarsi non arrivi qualcosa di peggiore.

Se poi l’attualità tocca argomenti che sono molto delicati, sui social si scatena il pandemonio.

Con delicati intendo, per esempio, argomenti che hanno una base scientifica ma per i quali la comunità mantiene molte riserve e vede contrapporsi studi con conclusioni differenti. E non è nemmeno detto che ci siano delle conclusioni definitive ma solo delle tesi e teorie che devono poi essere ulteriormente studiate e provate.

Il problema è che, in effetti, il dubbio è legittimo quando la fisiologica lentezza della ricerca si somma a fatti di cronaca legati a multinazionali ricche e potenti.

Ecco cosa penso quando leggo il mondo intero parlare dei vaccini, c’è chi li accusa e c’è, dalla parte opposta, chi rassicura.

Come dicevo è tutto una giungla e le opinioni sui social non aiutano certo a districarla.

Esattamente come la comunità scientifica non ho conclusioni, sempre solo tante domande.

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Ciao WordPress, ti saluto come se fossi un’entità vivente, quando in realtà sei virtuale anche se sei composto da idee, parole ed emozioni di migliaia di persone. Persone che non si conoscono ma che sono interconnesse tra loro da pc, tablet, telefonini; persone che non si conoscono ma si “leggono” in mille modi.

Internet non si può definire entità vivente perché non è “un sistema chimico autosufficiente, capace di evoluzione darwiniana”, però è palesemente un nuovo sistema di connessione tra le persone. Vuol dire che gli esseri umani si stanno evolvendo verso un sistema di condivisione dati ed informazione sempre più complesso e allo stesso tempo veloce? La nostra natura ci porterà verso il raggiungimento di una sempre più elevata comodità. Non stiamo più seduti su un tappeto a vedere le diapositive di un viaggio o a sfogliare un album fotografico. La polaroid non è più l’istantanea! Ora condividiamo via internet qualsiasi video, fotografia, suono.

Siamo comunque sempre legati a macchine, fili, antenne e sistemi elettronici per fare ciò.

Questo vuol dire forse che cerchiamo di emulare un’evoluzione che mai arriverà? Potremmo mai condividere mente-mente tutto questo ben di Dio, senza dipendere da artifizi, ma usando i nostri impulsi cerebrali?

Si, lo so, dopo mesi di silenzio mi ripropongo a voi con delle domande da milioni di dollari e mettendomi a citare Amedeo Balbi in “Dove sono tutti quanti” (saggio divulgativo edito Rizzoli 9788817087827 – link ibs) con la definizione della vita che un comitato di esperti NASA rilasciò nel 1992.. ma si da il caso che sia il tema di questo post.

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Dunque, mi sono stupito, non conoscevo questa frase!

Come dice l’autore del saggio, questa frase in realtà cela un tale significato che sarebbe necessario una saga di libri enciclopedici se si volesse spiegare bene ogni parola.

Ho un però.

Prima ingenuamente mi chiedevo se internet non si possa in qualche modo definire sistema vivente. Perché dovrebbe essere necessario, per esempio, che la vita DEBBA essere per forza un sistema chimico?

Perché non potrebbe essere composto, no so, da fluttuazioni di onde elettromagnetiche ordinate e/o coordinate?

Oppure, perché un essere vivo dovrebbe per forza essere capace di evoluzione darwiniana?

Bene, si, quella che noi chiamiamo VITA, qui sulla Terra, “deve sottostare” a ciò. Non ci sono scappatoie. Ma questo è quello che noi siamo sicuri che esiste!

Come facciamo a sapere quello che non vediamo, non abbiamo ancora visto o che non possiamo vedere perché ci dovrebbero servire strumenti artificiali che ci permettono di vederlo e non abbiamo la tecnologia per farlo?

L’astrofisico Balbi è ricercatore ed insegnante presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e anche un ottimo divulgatore scientifico: sento di poterlo collocare tra la simpatica e geniale Margherita Hack e il mitico, intramontabile Piero Angela.

Sto ancora leggendo il libro, ma pagina dopo pagina, gli interrogativi si moltiplicano. Il ricercatore dipinge una sorta di crono-storia di quello che è stata la ricerca della vita extraterrestre: dai fallimenti alle teorie, dalle teorie alla ricerca delle prove per sostenerle, passando per la probabilità della riproducibilità della vita, al fatto che non è detto che la vicinanza di una stella sia indispensabile alla vita.

Inoltre mette subito in chiaro che è praticamente impossibile trovare vita intelligente, ET che trotta sulla sua astronave attorno ad altre stelle, probabilmente non lo vedremo mai (forse, chissà..).

Quello che mi piacerebbe palpare dai pensieri di uno scienziato è un po’ più di creatività, senza sfociare in banale fantascienza o fanta-stupidità solo per dare speranza a giovani sognatori.

Forse gli scienziati non sono creativi proprio per non essere derisi, ma allora vuol dire che a tentare azzardate ipotesi si rischia la gogna, quasi come nel medioevo?

 

Cosa intendo per creatività?

Intendo cercare quello che non è ovvio.

È molto probabile che sulla Terra la vita sia nata in fondo agli oceani, dove sbuffavano i vulcani sottomarini (e lo fanno tutt’ora) e dove l’ambiente era migliore di quello di un “reattore” di un laboratorio chimico, pieno di sostanze e di variabili chimico fisiche, tanto che elementi chimici disparati si sono potuti unire insieme creando molecole organiche sempre più complesse. Si, tutto ciò è molto logico!

E sinceramente non capisco dove sia il problema di chi si chiede: chi ha dato l’input, chi o cosa abbia iniziato il processo. Per logicità, penso che sia tutto molto lineare. È avvenuto perché sul nostro pianeta poteva avvenire questo, lo trovo ovvio.

Mentre non è ovvio, per esempio, che la vita altrove possa essersi basata su altri elementi chimici.

Ma come possiamo studiarlo? Possiamo metterci “nei panni” di altre situazioni?

Sistema solare X, con stella diversa dal sole che emette radiazioni elettromagnetiche più energetiche e a maggior frequenza, pianeta Y ad una distanza W.

Come si può affermare che su quei corpi celesti ci debba “per forza” essere una vita basata su amminoacidi? Si vero, sono stati trovati su comete ed asteroidi e tutto farebbe pensare al binomio: Carbonio-vita, per tutto l’universo.

Ma come sono convinto che per logicità, la vita è nata per pura logica termodinamica e chimica, penso anche, che altrove sempre seguendo le stesse leggi della fisica, ma in presenza di forze di differente entità, la materia si possa essere mescolata in maniera diversa creando intelligenza.

Le mie domande in compagnia delle mie divagazioni e convinzioni, ovviamente vanno inesorabilmente a sbattere contro un muro di nebbia bella fitta, nel senso che nemmeno io saprei nemmeno immaginare una forma di vita diversa da quella conosciuta. E magari una eventualmente diversa da quella a base carbonio, figuriamoci una molto fantasiosamente basata su energia.

Una nuova forma di vita potrebbe essere quella che oltre ad essere autosufficiente e seguire un’evoluzione darwiniana, possa dare output, segni di varia natura in risposta a degli input esterni. Insomma perché una pietra, in certe condizioni non potrebbe essere una forma di vita? Anche se non si alimenta, anche se non si riproduce od evolve, ma più “semplicemente”, reagisce a uno stimolo (..cogito ergo sum..)?

Personalmente sono sostenitore dell’idea che..

..se nell’universo non ci fosse nessun altro che noi, ci sarebbe davvero un gran spreco di spazio.

E con questo vi saluto, e vi consiglio il libro citato.

Ciao a presto,

Dave

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Cari internauti, mi chiedevo se la Svizzera si potesse davvero definire: “il giardino privato nell’Europa”.

Il fatto che io mi ponga la domanda delinea che personalmente non mi reputo affatto un esperto di questo paese solo perché vi ho dormito per tre notti, però vedere uno scorcio della realtà mi ha dato una certa sensazione che cercherò di descrivere o giustificare con alcune fotografie scattate durante il mio soggiorno.

Inoltre aggiungo che questa sensazione si è amplificata vedendo alcuni video “spot” che si possono trovare sulla pagina Facebook I Love Switzerland! e mentre cercavo informazioni su un’altra “location” per un mio possibile viaggio il prossimo anno (BrigZermatt, Cervino).

Questa sensazione è descritta nel titolo di questo post.

Nel camminare, guidare o mentre ero affacciato al finestrino abbassato del Trenino del Bernina, era come se fossi stato in un giardino privato.

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O meglio, come quando ci si trova in un giardino privato qui in Italia, con la differenza che la è comunque il bene comune, il bene pubblico.

Nel nostro “Bel Paese” la mentalità di mantenere in perfetto ordine le aree verdi, siano esse costituite da prati boschi o giardini floreali, la possiamo appunto trovare applicata quasi esclusivamente in parchi a pagamento o giardini privati (Gardaland, Villa Taranto, per esempio).

È davvero difficile trovare luoghi pubblici curati come si conviene.

Non voglio permettermi di sminuire il mio paese, ma chiunque sia stato almeno una volta in territorio svizzero sa cosa intendo.

Per esempio i prati sono sempre tagliati e mantenuti e l’altitudine aiuta questa cura.

Infatti i 1700 metri di altezza e il fatto di essere una località famosa per l’alta probabilità statistica di pioggia o neve, non la rendono di certo un luogo dove la natura può essere detta rigogliosa. In questo periodo c’è ancora parecchia quiescenza.

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Però vedere, in diverse aree floreali e officinali le piantine che sono tenute perfettamente distanziate l’una dall’altra e con i rametti raccolti vicino al busto centrale, con degli spaghi è davvero, direi, impressionante.

In realtà probabilmente dovrebbe essere così anche qui, ancorché qui da noi abbiamo possibilità naturaliste molto superiori, un numero molto più ampio di specie vegetali che hanno la possibilità di vivere senza artifizi.

O forse loro possono permetterselo per la più classica delle giustificazioni: gli svizzeri hanno un territorio esiguo da controllare ed il turismo è la principale fonte del loro PIL.

Qualsiasi sia la motivazione, riescono perfettamente nel loro intento, anzi oserei dire che si sono spinti verso un estremismo, una vera ossessione del pulito, dell’ordine e della progettazione.

Si perché oltre ad essere un gran giardino curato, gli svizzeri hanno di fatto modellato la natura per le esigenze dell’uomo, del turista che si deve divertire.

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Sarò io l’esigente in senso opposto ma mentre camminavo per Pontresina o per Saint Moritz, ho visto Hotel e residenze (le Chase), costruzioni perfettamente ristrutturate e accessoriate con parcheggi sotterranei dedicati, strade private, centri congressi in stile architettonico nettamente più moderni rispetto ad uno stile che ci aspetterebbe trovare sulle Alpi.

Questo stile non mi ha turbato, me ne sono fatto una ragione. D’altronde questi luoghi sono rinomati per le Terme e Casinò, per il Trenino Rosso e la rete ferroviaria retica (tra l’altro lunga quasi tutta l’arco alpino svizzero), per le coppe del mondo di sci (Saint Moritz ospiterà quelle del prossimo anno), per le residenze all’estero di molti italiani. È una località da gossip, da grandi imprenditori, da tutti coloro che hanno sempre desiderato entrare nel jet set.

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Quindi non ci andrei mai per fare una vacanza “naturalistica”. Questo mio viaggio è stato più per un fine esplorativo. E sono molto contento di averlo fatto. Anche perché se da una parte la Svizzera mi ha procurato una sensazione di “snaturamento” del territorio, mi ha anche soddisfatto nel pensare che quel modus operandi degli abitanti è condiviso e tutti lavorano incessantemente per essere al top.

Come dicevo, il lato negativo di tutto questo è che modellando il terreno per l’Homo Turista hanno snaturato l’ambiente.

Mentre viaggiavo sul treno con la testa fuori dal finestrino lungo tutto il tragitto ho pensato ai “poveri” animali selvatici che abitavano o che popolavano quei boschi o i prati. Se normalmente scappano appena percepiscono le vibrazioni di uno scarpone sul sentiero, cosa fanno, se sul loro territorio ci passa un treno con tutte le vibrazioni e rumore che sprigiona? Migrano?

La Svizzera, o almeno, quello che ho visto io, è fatto per il benessere e il divertimento delle persone e del turista che è spinto a visitare parchi protetti e a pagamento per “vedere la natura”, o a salire sulle mille attrazioni che gli vengono offerti. Quasi ogni montagna è facilmente “scalabile” con una funivia, telecabina, o cremagliera. Mentre lungo i pendii, in discesa, hanno inventato qualsiasi gioco o attrazione a pagamento come slittini sui prati o su rotaie (ci sono anche in Italia).

La natura sembra essersi ritirata.

Ma il mio è stato un soggiorno talmente breve che appunto non mi rende un esperto, ci mancherebbe.

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Solo che se un giorno mi capitasse di tornarci, mi stupirei davvero se vedessi qualcosa di più selvatico in giro e lasciato a se stesso senza un “controllo”, come ad esempio una marmotta anarchica.

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Ciao a presto

Dave

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Il 20 marzo dello scorso anno, preso dall’incalzante avanzare della primavera, avevo scritto questo post intitolato “La Scaletta Musicale sulla Via”.

Quest’anno invece ho proprio imbracciato la mia “scaletta” e ho fatto un bel viaggetto in solitaria. Avevo un po’ d’apprensione quando decisi, ma ora, dopo aver vissuto questa bella, seppur breve, esperienza sono motivato per continuare l’esplorazione negli anni a venire.

Sono in auto, sto viaggiando verso una meta ancora senza nome. La zingarata mi sta inoltrando in luoghi mai visti prima. Boschi di larici e prati illuminati da una fioca luce del tramonto mi stanno dando il benvenuto. Il sentiero per la mia automobile si inerpica su curve tortuose, tornanti e salite che a tratti sembrano muri invalicabili. A volte ad accoglierci c’è leggera nebbiolina, soprattutto quando la sera sta per trasformarsi in notte. Per fortuna spesso, dopo la salita c’è la discesa e dall’alto del passo, i primi raggi del sole dell’alba arrivano da est a scaldare la pelle vissuta del nostro viso

Questa prima gita l’ho trascorsa tra territorio svizzero ed italiano, per la precisione nell’alta Engadina con rientri in “patria” grazie al famosissimo Trenino Rosso del Bernina e pernottando in un albergo di Pontresina (Switzerland), lo Schweizerhof.

Da molto tempo desideravo avventurarmi sul treno rosso quindi perché non sfruttare una serie di giorni di ferie da smaltire?

Il “problema” è che dopo una gita così spettacolare e panoramica, potrei diventare “dipendente” a questo tipo di vacanze.

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Si perché proprio come scritto nella citazione riportata sopra, durante questi giorni ho proprio vissuto le emozioni che in quel post scrivevo solamente.

Nel raggiungere la Svizzera son passato da Tirano dove ho fatto tappa per pranzare. Purtroppo quando la superstrada (veloce panoramica e gratuita) che costeggia il Lago di Como termina, bisogna percorrere una strada statale per circa 70 chilometri. Sono stati più logoranti questi che tutto il restante viaggio.

Tirano è una città davvero molto inquinata, si respira tanto smog e c’è un traffico soffocante e roboante.

Se non fosse per la presenza della stazione del treno rosso, che fa pensare al viaggio su di esso, la definirei una gran brutta cittadina. Per fortuna, avendola già visitata lo sapevo già e per questo ho preferito andare in Svizzera.

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Tirano

DSC_4307.jpgQuindi nel pomeriggio di giovedì 5 maggio ho ripreso il viaggio. Direzione espatrio!

Sembrerò retorico ma come ho varcato il confine tutto è completamente cambiato.

Nessun concessionario lungo la strada svizzera (come invece ne avevo visti a decine la mattina, sostanzialmente 70 chilometri di zona industriale), segnali stradali diversi (ma non troppo), perfetta pulizia lungo i bordi stradali e nei fossi, scritte in almeno due/tre lingue (tedesco, italiano, francese), pochi negozi nei paesini che attraversavo e quei pochi con insegne in tedesco (le apotheke, farmacia).

Il non essere più in Italia è stata un’emozione strana che fino a quel momento non avevo mai provato. Eccitazione a mille collimava con la paura di commettere errori durante la guida o quella di non rispettare la rigorosità e precisione degli abitanti autoctoni.

Alcuni chilometri dopo la dogana e il suo stop (l’agente mi ha risparmiato una perquisizione toccata invece all’auto che mi precedeva) mi sono tranquillizzato ma l’eccitazione è cresciuta: la strada che spesso coincideva con i binari del trenino mi ha portato nella porzione larga della valle di Poschiavo, dove luccica il lago omonimo.

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Miralago

Il massimo del godimento è stato quando ho iniziato la salita verso il passo Bernina a 2330 metri s.l.m..

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Avevo già innestato la mia playlist musicale sulla “dance”, una selezione che mi ha accompagnato nella salita, a basso volume creava involontariamente la giusta atmosfera proprio come sognavo potesse essere. DSC_4347.jpg

La strada entrava quindi in boschi conifere, si sale velocemente. E in un batter d’occhio mi sono ritrovato in mezzo alla neve. La strada era pulitissima, ho colto dei giorni di fortunato sole e la neve era ancora quella invernale che pigramente si stava ritirando.

Penso che in qualunque stagione questo tratto di strada abbia un panorama mozzafiato. Personalmente mi son sentito come su un altro pianeta. Non avevo mai guidato in alta montagna su una strada asfaltata e pulita ma completamente circondato da neve e bianco ovunque. Sul lato della strada, non c’era un guardrail ma un muro di un metro di duro e spesso ghiaccio.DSC_4351.jpg

Il termometro della Clio scendeva rapidamente verso temperature alpine.

Dopo aver oltrepassato la deviazione, chiusa, per Livigno e dopo aver scalato ancora qualche tornante ecco d’improvviso il cartello del punto più alto della strada, il passo: Bernina.

Sono stati trentacinque chilometri fiabeschi e penso anche i “primi” di una lunga serie di chilometri che mi farò in futuro, nei prossimi anni, cercando di esplorare luoghi nuovi.

Vi saluto lasciando che parlino per me le foto scattate.

Riassumo velocemente come ho trascorso questi giorni:

  • 5 maggio, viaggio verso Pontresina con tappa pranzo a Tirano (segnalo i noiosi 70 chilometri percorsi in Valtellina). In tardo pomeriggio dopo il check-in e sistemazione in hotel, ho passeggiato per la semideserta Pontresina e mi sono spinto fino alla stazione del treno.

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  • 6 maggio, venerdì: viaggio sul trenino. (http://www.trenino-rosso-bernina.it/orari.html) Ore 9:04 Pontresina, arrivo in perfetto orario a Tirano alle 11:00. Pranzo in loco e poi nuovamente sul treno alle 13:40. Alle 15:24 sono sceso alla stazione Diavolezza (a dieci minuti dalla stazione più alta del trenino rosso) dove ho preso la funivia (skipass gratuito, altrimenti 38 CHF) per il rifugio a quasi 3000 metri di altezza.

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  • 7 maggio a passeggio nel bosco in Val Roseg (Pontresina) per poi salire sul treno, direzione Saint Moritz. Giornata trascorsa tra città e tutto il lungo lago in preda a fotografia compulsiva.

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  • 8 maggio rientro verso casa passando per Saint Moritz e il Passo Maloja (1815 m s.l.m.) e Chiavenna.

Questo è solo l’inizio, posterò poi qualcosa sulla Svizzera e sicuramente un breve articolo sul viaggio con il Trenino con escursione al Diavolezza (2978 metri).

A presto, ciao

Dave

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Questo post non poteva mancare nel mio piccolo spazio web, vi metto solo in guardia che parlo dei fatti che avvengono nel film. Quindi se non lo avete ancora visto, non vi conviene leggere.

Come al solito scriverò quanto seguirà solo per amore verso il mio lato nerd e lo farò seguendo quelle che sono le mie intuizioni e più banalmente, le mie umanissime e umilissime emozioni.

Cercherò di scrivere o di descrivere quello che ho sentito mentre guardavo il settimo capitolo di una delle saghe che più mi hanno appassionato sin dai tempi della mia infanzia.

Solo il film “Il ritorno dello Jedi” uscì al cinema (ottobre 1983) quando io ero già presente sulla “Terra” da circa un anno e tre mesi. Perché lo nomino? Perché per “parlare” de “Il risveglio della forza(2015) sono obbligato a “passare” attraverso questo.

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Tra i due capitoli c’è stato quell’intermezzo durato: 33 anni, i tre prequel datati 1999, 2002, 2005 senza contare “l’universo espanso” con ore di cartoni animati, libri, fumetti, videogames.

Bene, nonostante si parli sempre di un hobby, l’attesa era comunque a dir poco snervante. L’aspettativa era grandiosa. Insomma, un sequel che avrebbe dovuto narrare la storia dei nostri vecchi beniamini che tornavano a far parte della “crew”, ai quali spettava il rito di iniziazione alla nuova trilogia.

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Il film del 1983 aveva fatto “il suo lavoro”. Dopo “L’impero colpisce ancora(1980), fu l’apice della storia iniziata nel 1977 con “Guerre Stellari”. George Lucas ci aveva immersi in un mondo nuovo, lo sappiamo tutti. Non era un western spaziale, come invece aveva fatto, molti anni prima, Gene Roddenberry con Star Trek.

No, era puro fantasy.

Universo e “storia” inventate, astronavi e volo spaziale mirabolante fatto di inseguimenti a velocità impressionanti, specie e razze aliene inventate senza per forza creare una classificazione e raggruppamenti in popoli, ma solo tanti e diversi bei pupazzetti.

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La cosa bella era proprio questa. Ci si immergeva in una galassia praticamente unificata. A confronto, il nostro “vero e terrestre” trattato di Schengen farebbe ovviamente ridere. La galassia di Star Wars era un posto in cui c’era l’Impero che la teneva unita con la paura, ma che allo stesso tempo creava ribellione; un posto dove regnavano l’anarchia, i mercati clandestini, le scorribande; dove, per assurdo, poteva capitare che la feccia galattica si ritrovava sullo stesso pianeta e magari seduta nella stessa “cantina” in cui c’erano i cacciatori delle loro taglie!

L’inserimento della “specie umana” (in una galassia lontana lontana..) come quella protagonista e della magia sotto forma della Forza insieme ai suoi discepoli, gli Jedi, sono stati la ciliegina sulla torta, la miccia che ha fatto esplodere la moda Star Wars.

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Nonostante i temi ricorrenti (già presenti in diverse mitologie), questa saga è una pietra miliare, almeno per la cinematografia perché punta sull’azione unita alla magia nell’immensità dello spazio. È un record (diciamo così) che ad oggi a mio avviso, non è stato ancora scalfito, nemmeno dall’Avatar di James Cameron e nemmeno dalla saga di Alien di Ridley Scott.

Perché questa digressione?

Perché purtroppo “Il risveglio della forza” è esattamente tutto l’opposto di quello che l’episodio precedente aveva portato al culmine e che aveva “dato il la” per un eventuale degno seguito.

Cosa ci si aspetta dagli sviluppatori, se non un film che ricalcasse almeno la tradizionale “magia” che c’era allora e che era al di là dall’avermi tuttora annoiato?

Dove sono finiti i bei momenti di “tregua” dai combattimenti in cui i protagonisti facevano il punto della situazione, e grazie ai quali noi spettatori ci potevamo concedere un attimo di respiro?

Dov’è finito il leggendario lato “Soap Opera” mescolato a romanticismo?

Dov’è finito il training del protagonista, la sua evoluzione o almeno la sua genesi?

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E qui mi scappa una battuta: sei film su Star Wars hanno avuto un inizio ed una fine, morale compresa nel prezzo del biglietto al cinema e finito il film si poteva sognare.

Ora il problema è che lo spettatore deve carpire “da solo” un significato o una morale sempre che ci sia e se c’è è seppellita sotto quintali di effetti speciali per non far sembrare il film troppo moralistico.

Inoltre, il pagante, si deve immaginare addirittura la genesi dei personaggi e la loro caratterizzazione, perché in questo film sembra non esserci il tempo per farlo o persino si potrebbe pensare: “non vogliono sprecare un brand per futili spiegazioni che potrebbero essere lo script di altri film”.

È volutamente un’azione commerciale e a mio modesto parere hanno rovinato un universo che era davvero spassoso e giusto, creando un brand da sfruttare al massimo delle possibilità.

Questo è indice di mancanza di originalità ed è ormai diversi anni che lo possiamo purtroppo constatare andando al cinema. Accade soprattutto per film fantastici, sono in pochi a salvarsi.

Disney & colleghi creeranno, con ogni probabilità, film al di fuori della saga originale (spin off) in cui prima o poi risponderanno a delle domande che hanno lasciato basiti quasi tutti gli spettatori di episodio VII.

Ecco un esempio:

Sono molto amareggiato per questo.

Sostanzialmente questo episodio è servito per introdurre (male) i nuovi personaggi (tra l’altro tutti umani..), per mostrare le fazioni in contrapposizione in un’epoca di post Impero dove sinceramente ci si aspetterebbe tutto fuorché la ribellione agisca sempre nascosta come “resistenza”. Dove l’Impero di fatto sembrerebbe non aver perso, anzi in trent’anni si sarebbe riorganizzato sotto un altro leader (Snoke), sotto un altro nome (Primo Ordine) e avrebbe costruito un’arma ancora più potente e fantascientifica rispetto la leggendaria “Morte Nera” ma che viene distrutta con maggior facilità, tutto semplicemente assurdo.

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..la star killer distrugge più pianeti la volta?.. ..l’impero colpisce ancora? si, più di prima..

Quello che critico non è tanto la storia che han deciso di farla andare in questo verso (..amen), ma la sua pochezza in fatto di originalità. È un continuo susseguirsi di Déjà-vu in cui, sinceramente ci si deprime veramente tanto: la citazione si tramuta in malinconia che sfocia in dramma. Il film non diverte.

E purtroppo non spiega molto su cosa sia successo dopo la morte dell’Imperatore. Viene data un’imbeccata, vero, ma questa non stuzzica l’immaginazione, non coinvolge, sembra un fatto poco importante, peccato invece che è la cosa principale perché sempre si parla di guerre stellari tra fazioni politiche, l’una dominata dal bene, l’altra dal male. È un film completamente sbilanciato.

Probabilmente erano talmente eccitati dal girarlo e da riproporre gli storici protagonisti che hanno finito per esagerare con le citazioni.

Infine vorrei riportare alcuni errori grossi come delle case.

Muore Han Solo (evviva la depressione..) con un colpo di spada laser in pieno stomaco (“grazie figliolo..”), e il suo fedele “pard” Chewbacca si infuria, fa esplodere tutto, spazza via guardie come non ci fosse un domani.

Ok, peccato però che quando la battaglia sulla Star Killer (la Morte Nera di turno) finisce e tornano tutti al pianeta base della resistenza, Leia non abbraccia Chewbacca (il suo vecchio amico..), ma Rey: ma le due non si erano mai viste prima!

E nel finale non fanno uno straccio di rito funebre per ricordare l’eroe, il Generale Solo caduto per aiutare (ancora una volta) la resistenza.

..

Nonostante tutti questi nei, il “risveglio della forza” avvenuto con una sorta di visione o richiamo, in una giovane donna, Rey (Daisy Ridley), è a mio avviso, l’unico colpo di genio del lungometraggio. Il problema però, anche qui, è l’assurdo imbarazzo che si viene a creare.this-deleted-scene-from-rey-s-vision-could-be-crucial-to-star-wars-episode-8-rey-in-the-h-856442

E vi esplico i miei dubbi facendo qualche esempio..

Come fa l’eroina a sapere cosa sono e come servirsi dei poteri mentali noti agli Jedi visto che lei è sempre vissuta su un pianeta desertico sul quale venne abbandonata (da chissà chi) in tenera età?

Ci si permea di massimo imbarazzo quando la vediamo usare questi poteri mentali: la prima volta, niente meno che contro il “cattivissimo” del film addestrato alle arti Jedi e Sith, Kylo Ren (Adam Driver).

Mentre lui la sta interrogando, lei gli contraccambia la lettura mentale tanto che scopre la sua volontà a raggiungere il livello di Darth Vader (come faceva poi Rey a sapere dell’esistenza di Darth Vader non si sa..) e successivamente utilizza questo potere per costringere la guardia carceraria a rilasciarla, un po’ come quando Obi Wan Kenobi nel film del 1977 disse agli Stormtroopers:Questi non sono i droidi che state cercando”.

Si, probabilmente ci daranno tutte le risposte in decine di film, visto e considerato che chi detiene i diritti vuole fare uscire un film di Star Wars ogni anno.

Ecco però che con questa azione commerciale, tutta la magia va veramente a farsi friggere.

Da fan lo boccio quasi totalmente.

Divertente per gli effetti speciali alla J. J. Abrams e per chi non ha mai visto un film della saga; ciò non toglie che le lacune presenti sono enormi anche per chi sente parlare della Forza per la prima volta.

Questa è la mia opinione.

Ciao a presto

Dave

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Pasqua, tanti auguri a tutti voi blogger ed internauti.

Finalmente sono riuscito a vedere il film “The Hateful Eight”.

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La premessa a questo leggero post concerne nell’affermare che io, in ordine, non sono: un critico, ne uno studioso di letteratura o di cinematografia e nemmeno un “fan” di Quentin Tarantino. Scrivo quanto segue perché me lo chiede la pancia. Si è una “recensione” di pancia.

Per maggiori informazioni abbiamo l’intero web. Io per esempio ho trovato questa pagina. Si tratta di un interessante articolo che inizia parlando della “mancanza del perdono” nel film (“senza appello e perdono, che attraversa tutto il film..” cit.) e senza nemmeno farlo apposta, oggi è il giorno di massima importanza per la religione cristiana, “quella del perdono e del porgere l’altra guancia”.

Capitolo uno – lo sapevamo o no?

Ognuno di noi che ha già avuto il piacere di vedere un film del pazzo regista del Tennessee, sapeva cosa ci sarebbe stato (più o meno) in questo contenitore video-lucido. Io stesso ho atteso per circa un’ora e mezza chiedendomi, “ma dove hai lasciato la zampata Quentin?”. Ebbene la zampata c’è ma questa volta il regista nonché scrittore del film, ci cuoce a fuoco lento. Si perchè solo ad un certo punto si capisce dove il film “andrà a parare” e questo aumenta ancora di più l’apprensione che tiene incollato allo schermo. Questa caratteristica mi ha divertito ed emozionato parecchio, grande colpo di genio cinematografico.

Capitolo due – la tempesta

Quest’anno abbiamo respirato l’aria gelida di una tormenta che però non è lei portatrice di sventura. Le più crudeli atrocità accadono negli unici momenti di tiepido sereno. Nella tormenta si vivono i “momenti di difficile convivenza”, ma la morte è ovunque, come è vigile sotto il sole, lo è anche nella bufera più fitta.

Capitolo tre – il romanzo da 70 mm

È un romanzo cinematografico, lo leggiamo, lo gustiamo attraverso “sei capitoli”. È presente crudeltà, tanta quanta ce ne sarebbe in un famelico branco di lupi che ha appena circondato un gruppo di agnelli.

Questo “romanzo” assume la macabra ironia dell’istigazione all’odio, se ne impossessa, ma questo è Tarantino quindi non poteva essere altrimenti. Come volevasi dimostrare il passaggio dall’istigazione, all’odio e infine alla morte avviene in maniera molto lineare, senza troppi discorsi.

La morte di un essere umano in USA, è “giustificata e legalizzata” dalla loro costituzione come “legittima difesa” senza un minimo di colpevolezza nell’istigazione. Evidentemente possono “giusificare” certi atti. Il regista tratta questi temi anche in altri film insieme alla Vendetta. La linea di confine tra Istigazione, Giustizia e Vendetta è sempre così labile, figuriamoci in un Wyoming di fine 1800, tormentato dalla neve e dai banditi.

Capitolo quattro – la k Tarantino

Come al solito non è un film adatto a tutti. Come scrivevo più sopra, chi conosce minimamente Tarantino sa cosa accadrà nel film. Ci sono alcune costanti (k) nei suoi film, tanto che si autocita spesso e volentieri. Da questo punto di vista, per esempio, chi ha lo stomaco debole, saprebbe dunque che questo tipo di film lo dovrebbe evitare. Sembra quasi che Tarantino abbia fatto un patto con qualche forza soprannaturale. Se gli chiedessero di non far più saltare in aria una testa, piuttosto non girerebbe altri film.

Questo che ho fatto è un piccolo Spoiler, e chiedo venia, ma ripeto: chi conosce Tarantino se lo aspetta, i suoi film sono caratterizzati da questa costante, anche se sinceramente i suoi film li godrei al massimo anche senza di essa, ne sono più che certo.

Capitolo cinque – L’ultima diligenza di Red Rock (traccia n. 1)

Ma per fortuna i bei film non hanno solo una caratterizzazione. C’è l’osannata OST o colonna sonora, del premio Oscar 2016 Ennio Morricone. Sinceramente non vi ho fatto particolarmente caso, ho fatto scivolare via il film senza darci peso, semplicemente è sprofondata nell’oblio. Ho goduto del film nella sua interezza e la banda sonora mi ha aumentato la sensazione di inquietudine, esattamente quando doveva farlo, tanto che a tratti il suo lato thriller è salito agli apici.

Ultimo Capitolo – l’epilogo

Ricapitolando, abbiamo un film con otto personaggi principali (povero O.B. dimenticato così..), un film lungo quasi tre ore che si svolge in spazi molto ristretti seppur il west è enorme: prima su una carrozza da diligenza a sei cavalli da tiro, poi all’interno dell’emporio di Minnie Mink. Non credo sia proprio da tutti, girare un film così lungo, con pochi personaggi e in un paio di ambientazioni principali. Noia? Non ne ho trovata, è un film di vecchia scuola, non per altro, per l’occasione, hanno fatto una scelta molto “style”, un retro vintage: la distribuzione di una versione in pellicola da 70 mm.

Assuefatti dalla cinematografia del nuovo millennio, ci troviamo un po’ spiazzati quando assistiamo a eventi come questo. Un film lento nello sviluppo, ma è perfetto perché Tarantino ci da la possibilità di conoscere i personaggi e soprattutto di inserirli nel contesto e nella storia del Nord America post guerra di secessione.

All’inizio ricorda molto i film “spaghetti western”, lento, molti rumori ambientali, pochi dialoghi crudi e duri. La seconda parte assomiglia ad un film giallo alla Agatha Christie. Il finale è, senza alcun dubbio alla Tarantino.

Mi sarebbe piaciuto parlare un po’ dei personaggi, ma non mi prolungo. Dico solo che mi ha colpito come sono state ben caratterizzate le due star del film Samuel L. Jackson (Maggiore Marquis Warren), Kurt Russell (John Ruth “Il Boia”) e la prigioniera (Daisy Domergue/Daisy Domingray) interpretata da Jennifer Jason Leigh con fattezze che ricordano all’inizio la mitica Janis Joplin e alla fine una malefica strega.

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Ve lo consiglio, rammendandovi per la ennesima volta che è un film a tratti #splatter, dunque se non avete questi problemi e non lo avete visto, vedetelo perché non tutti gli anni (per fortuna?) escono certi film, fatti così bene a lenta progressione, con colpi di scena degni dei migliori gialli.

Volevo terminare il post con una frase ad effetto ma non ho molta immaginazione, quindi lo faccio con il video della composizione sonora del film ed una citazione.

“John Ruth, lo sai, era il boia e quando è il boia a prenderti, tu non muori per una pallottola. Quando è il boia a prenderti, c’è la forca.”

Il maggioreMarquisWarren (Samuel L. Jackson)

ciao a presto,

Dave

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Buonasera internauti, la mia latitanza è stata lunga e ben goduta.

Il desiderio di parlarvi di un libro che ho finito di leggere da poco mi riporta qui da voi.

Un romanzo che molti ragazze e ragazzi della mia età avranno già letto, ma io ho i miei tempi e sinceramente per fortuna, io li “ho” questi tempi, quindi si alla mia veneranda età di ormai 34 anni ho letto: “Le pietre magiche di Shannara” di Terry Brooks.

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Per chi non lo sapesse, si tratta del secondo romanzo del “ciclo di Shannara” scritto nel lontano ‘82 da questo autore statunitense. Ha la mia medesima età!

Una premessa: ho saltato il primo romanzo del ciclo. Perché? Semplicemente perché nella libreria dove ho acquistato questo romanzo, sullo scaffale dedicato a Brooks, il libro “La spada di Shannara” non c’era. A me d’altronde era tornata la voglia di leggere, e nello specifico di leggere fantasy. Non volendo lasciarmi sfuggire di mano questo ritrovato desiderio di leggere ho acquistato il secondo e l’ho letto.

Ho fatto questa premessa perché sento già chi direbbe: “mai partire da saga iniziata”.

Beh, non sono nelle condizioni di dire di aver ragione o torto io stavolta, questo almeno finché non leggerò il primo. Ma più o meno per le stesse ragioni, ho “dovuto” arrangiarmi con le letture posticipate o saltate anche con Il “Signore degli Anelli” e anche con i romanzi di Asimov. In entrambi i casi non ho avuto alcun problema nell’intendere la storia o capire com’è fatto “l’universo” in cui si svolge la storia.

Dalle storie che ho letto io, mi sembra di ricordare di non aver mai avuto dei “buchi narrativi”. Lo scrittore accompagna sempre il lettore: ogni volta vengono riprese le diverse caratterizzazioni.

In questo romanzo, l’autore spiega dove si svolgono le vicende, chi sono i personaggi che sono i discendenti di quelli del primo libro. Si fanno alcuni riferimenti cronologici alle vicende passate ma non c’è assoluta continuità con il primo. Da dove ho iniziato io, si parla di una faccenda che non è preclusa a chi non ha letto il primo. Come faccio a dirlo? Lo affermo perché ho capito bene il romanzo, i personaggi e i luoghi.

..la regola delle cinque W:

Who? What? When? Where? Why?

Quando leggo un romanzo spero sempre che lo scrittore mi dia una risposta a queste domande fondamentali. Lo stesso vale per i film o per le canzoni anche se in questi ultimi due è a volte necessario avere delle fondamenta culturali che possano far capire delle cose che non vengono necessariamente spiegate, perché sono delle citazioni.

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