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Archive for the ‘Natura’ Category

Ciao WordPress, ti saluto come se fossi un’entità vivente, quando in realtà sei virtuale anche se sei composto da idee, parole ed emozioni di migliaia di persone. Persone che non si conoscono ma che sono interconnesse tra loro da pc, tablet, telefonini; persone che non si conoscono ma si “leggono” in mille modi.

Internet non si può definire entità vivente perché non è “un sistema chimico autosufficiente, capace di evoluzione darwiniana”, però è palesemente un nuovo sistema di connessione tra le persone. Vuol dire che gli esseri umani si stanno evolvendo verso un sistema di condivisione dati ed informazione sempre più complesso e allo stesso tempo veloce? La nostra natura ci porterà verso il raggiungimento di una sempre più elevata comodità. Non stiamo più seduti su un tappeto a vedere le diapositive di un viaggio o a sfogliare un album fotografico. La polaroid non è più l’istantanea! Ora condividiamo via internet qualsiasi video, fotografia, suono.

Siamo comunque sempre legati a macchine, fili, antenne e sistemi elettronici per fare ciò.

Questo vuol dire forse che cerchiamo di emulare un’evoluzione che mai arriverà? Potremmo mai condividere mente-mente tutto questo ben di Dio, senza dipendere da artifizi, ma usando i nostri impulsi cerebrali?

Si, lo so, dopo mesi di silenzio mi ripropongo a voi con delle domande da milioni di dollari e mettendomi a citare Amedeo Balbi in “Dove sono tutti quanti” (saggio divulgativo edito Rizzoli 9788817087827 – link ibs) con la definizione della vita che un comitato di esperti NASA rilasciò nel 1992.. ma si da il caso che sia il tema di questo post.

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Dunque, mi sono stupito, non conoscevo questa frase!

Come dice l’autore del saggio, questa frase in realtà cela un tale significato che sarebbe necessario una saga di libri enciclopedici se si volesse spiegare bene ogni parola.

Ho un però.

Prima ingenuamente mi chiedevo se internet non si possa in qualche modo definire sistema vivente. Perché dovrebbe essere necessario, per esempio, che la vita DEBBA essere per forza un sistema chimico?

Perché non potrebbe essere composto, no so, da fluttuazioni di onde elettromagnetiche ordinate e/o coordinate?

Oppure, perché un essere vivo dovrebbe per forza essere capace di evoluzione darwiniana?

Bene, si, quella che noi chiamiamo VITA, qui sulla Terra, “deve sottostare” a ciò. Non ci sono scappatoie. Ma questo è quello che noi siamo sicuri che esiste!

Come facciamo a sapere quello che non vediamo, non abbiamo ancora visto o che non possiamo vedere perché ci dovrebbero servire strumenti artificiali che ci permettono di vederlo e non abbiamo la tecnologia per farlo?

L’astrofisico Balbi è ricercatore ed insegnante presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e anche un ottimo divulgatore scientifico: sento di poterlo collocare tra la simpatica e geniale Margherita Hack e il mitico, intramontabile Piero Angela.

Sto ancora leggendo il libro, ma pagina dopo pagina, gli interrogativi si moltiplicano. Il ricercatore dipinge una sorta di crono-storia di quello che è stata la ricerca della vita extraterrestre: dai fallimenti alle teorie, dalle teorie alla ricerca delle prove per sostenerle, passando per la probabilità della riproducibilità della vita, al fatto che non è detto che la vicinanza di una stella sia indispensabile alla vita.

Inoltre mette subito in chiaro che è praticamente impossibile trovare vita intelligente, ET che trotta sulla sua astronave attorno ad altre stelle, probabilmente non lo vedremo mai (forse, chissà..).

Quello che mi piacerebbe palpare dai pensieri di uno scienziato è un po’ più di creatività, senza sfociare in banale fantascienza o fanta-stupidità solo per dare speranza a giovani sognatori.

Forse gli scienziati non sono creativi proprio per non essere derisi, ma allora vuol dire che a tentare azzardate ipotesi si rischia la gogna, quasi come nel medioevo?

 

Cosa intendo per creatività?

Intendo cercare quello che non è ovvio.

È molto probabile che sulla Terra la vita sia nata in fondo agli oceani, dove sbuffavano i vulcani sottomarini (e lo fanno tutt’ora) e dove l’ambiente era migliore di quello di un “reattore” di un laboratorio chimico, pieno di sostanze e di variabili chimico fisiche, tanto che elementi chimici disparati si sono potuti unire insieme creando molecole organiche sempre più complesse. Si, tutto ciò è molto logico!

E sinceramente non capisco dove sia il problema di chi si chiede: chi ha dato l’input, chi o cosa abbia iniziato il processo. Per logicità, penso che sia tutto molto lineare. È avvenuto perché sul nostro pianeta poteva avvenire questo, lo trovo ovvio.

Mentre non è ovvio, per esempio, che la vita altrove possa essersi basata su altri elementi chimici.

Ma come possiamo studiarlo? Possiamo metterci “nei panni” di altre situazioni?

Sistema solare X, con stella diversa dal sole che emette radiazioni elettromagnetiche più energetiche e a maggior frequenza, pianeta Y ad una distanza W.

Come si può affermare che su quei corpi celesti ci debba “per forza” essere una vita basata su amminoacidi? Si vero, sono stati trovati su comete ed asteroidi e tutto farebbe pensare al binomio: Carbonio-vita, per tutto l’universo.

Ma come sono convinto che per logicità, la vita è nata per pura logica termodinamica e chimica, penso anche, che altrove sempre seguendo le stesse leggi della fisica, ma in presenza di forze di differente entità, la materia si possa essere mescolata in maniera diversa creando intelligenza.

Le mie domande in compagnia delle mie divagazioni e convinzioni, ovviamente vanno inesorabilmente a sbattere contro un muro di nebbia bella fitta, nel senso che nemmeno io saprei nemmeno immaginare una forma di vita diversa da quella conosciuta. E magari una eventualmente diversa da quella a base carbonio, figuriamoci una molto fantasiosamente basata su energia.

Una nuova forma di vita potrebbe essere quella che oltre ad essere autosufficiente e seguire un’evoluzione darwiniana, possa dare output, segni di varia natura in risposta a degli input esterni. Insomma perché una pietra, in certe condizioni non potrebbe essere una forma di vita? Anche se non si alimenta, anche se non si riproduce od evolve, ma più “semplicemente”, reagisce a uno stimolo (..cogito ergo sum..)?

Personalmente sono sostenitore dell’idea che..

..se nell’universo non ci fosse nessun altro che noi, ci sarebbe davvero un gran spreco di spazio.

E con questo vi saluto, e vi consiglio il libro citato.

Ciao a presto,

Dave

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Cari internauti, mi chiedevo se la Svizzera si potesse davvero definire: “il giardino privato nell’Europa”.

Il fatto che io mi ponga la domanda delinea che personalmente non mi reputo affatto un esperto di questo paese solo perché vi ho dormito per tre notti, però vedere uno scorcio della realtà mi ha dato una certa sensazione che cercherò di descrivere o giustificare con alcune fotografie scattate durante il mio soggiorno.

Inoltre aggiungo che questa sensazione si è amplificata vedendo alcuni video “spot” che si possono trovare sulla pagina Facebook I Love Switzerland! e mentre cercavo informazioni su un’altra “location” per un mio possibile viaggio il prossimo anno (BrigZermatt, Cervino).

Questa sensazione è descritta nel titolo di questo post.

Nel camminare, guidare o mentre ero affacciato al finestrino abbassato del Trenino del Bernina, era come se fossi stato in un giardino privato.

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O meglio, come quando ci si trova in un giardino privato qui in Italia, con la differenza che la è comunque il bene comune, il bene pubblico.

Nel nostro “Bel Paese” la mentalità di mantenere in perfetto ordine le aree verdi, siano esse costituite da prati boschi o giardini floreali, la possiamo appunto trovare applicata quasi esclusivamente in parchi a pagamento o giardini privati (Gardaland, Villa Taranto, per esempio).

È davvero difficile trovare luoghi pubblici curati come si conviene.

Non voglio permettermi di sminuire il mio paese, ma chiunque sia stato almeno una volta in territorio svizzero sa cosa intendo.

Per esempio i prati sono sempre tagliati e mantenuti e l’altitudine aiuta questa cura.

Infatti i 1700 metri di altezza e il fatto di essere una località famosa per l’alta probabilità statistica di pioggia o neve, non la rendono di certo un luogo dove la natura può essere detta rigogliosa. In questo periodo c’è ancora parecchia quiescenza.

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Però vedere, in diverse aree floreali e officinali le piantine che sono tenute perfettamente distanziate l’una dall’altra e con i rametti raccolti vicino al busto centrale, con degli spaghi è davvero, direi, impressionante.

In realtà probabilmente dovrebbe essere così anche qui, ancorché qui da noi abbiamo possibilità naturaliste molto superiori, un numero molto più ampio di specie vegetali che hanno la possibilità di vivere senza artifizi.

O forse loro possono permetterselo per la più classica delle giustificazioni: gli svizzeri hanno un territorio esiguo da controllare ed il turismo è la principale fonte del loro PIL.

Qualsiasi sia la motivazione, riescono perfettamente nel loro intento, anzi oserei dire che si sono spinti verso un estremismo, una vera ossessione del pulito, dell’ordine e della progettazione.

Si perché oltre ad essere un gran giardino curato, gli svizzeri hanno di fatto modellato la natura per le esigenze dell’uomo, del turista che si deve divertire.

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Sarò io l’esigente in senso opposto ma mentre camminavo per Pontresina o per Saint Moritz, ho visto Hotel e residenze (le Chase), costruzioni perfettamente ristrutturate e accessoriate con parcheggi sotterranei dedicati, strade private, centri congressi in stile architettonico nettamente più moderni rispetto ad uno stile che ci aspetterebbe trovare sulle Alpi.

Questo stile non mi ha turbato, me ne sono fatto una ragione. D’altronde questi luoghi sono rinomati per le Terme e Casinò, per il Trenino Rosso e la rete ferroviaria retica (tra l’altro lunga quasi tutta l’arco alpino svizzero), per le coppe del mondo di sci (Saint Moritz ospiterà quelle del prossimo anno), per le residenze all’estero di molti italiani. È una località da gossip, da grandi imprenditori, da tutti coloro che hanno sempre desiderato entrare nel jet set.

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Quindi non ci andrei mai per fare una vacanza “naturalistica”. Questo mio viaggio è stato più per un fine esplorativo. E sono molto contento di averlo fatto. Anche perché se da una parte la Svizzera mi ha procurato una sensazione di “snaturamento” del territorio, mi ha anche soddisfatto nel pensare che quel modus operandi degli abitanti è condiviso e tutti lavorano incessantemente per essere al top.

Come dicevo, il lato negativo di tutto questo è che modellando il terreno per l’Homo Turista hanno snaturato l’ambiente.

Mentre viaggiavo sul treno con la testa fuori dal finestrino lungo tutto il tragitto ho pensato ai “poveri” animali selvatici che abitavano o che popolavano quei boschi o i prati. Se normalmente scappano appena percepiscono le vibrazioni di uno scarpone sul sentiero, cosa fanno, se sul loro territorio ci passa un treno con tutte le vibrazioni e rumore che sprigiona? Migrano?

La Svizzera, o almeno, quello che ho visto io, è fatto per il benessere e il divertimento delle persone e del turista che è spinto a visitare parchi protetti e a pagamento per “vedere la natura”, o a salire sulle mille attrazioni che gli vengono offerti. Quasi ogni montagna è facilmente “scalabile” con una funivia, telecabina, o cremagliera. Mentre lungo i pendii, in discesa, hanno inventato qualsiasi gioco o attrazione a pagamento come slittini sui prati o su rotaie (ci sono anche in Italia).

La natura sembra essersi ritirata.

Ma il mio è stato un soggiorno talmente breve che appunto non mi rende un esperto, ci mancherebbe.

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Solo che se un giorno mi capitasse di tornarci, mi stupirei davvero se vedessi qualcosa di più selvatico in giro e lasciato a se stesso senza un “controllo”, come ad esempio una marmotta anarchica.

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Ciao a presto

Dave

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Il 20 marzo dello scorso anno, preso dall’incalzante avanzare della primavera, avevo scritto questo post intitolato “La Scaletta Musicale sulla Via”.

Quest’anno invece ho proprio imbracciato la mia “scaletta” e ho fatto un bel viaggetto in solitaria. Avevo un po’ d’apprensione quando decisi, ma ora, dopo aver vissuto questa bella, seppur breve, esperienza sono motivato per continuare l’esplorazione negli anni a venire.

Sono in auto, sto viaggiando verso una meta ancora senza nome. La zingarata mi sta inoltrando in luoghi mai visti prima. Boschi di larici e prati illuminati da una fioca luce del tramonto mi stanno dando il benvenuto. Il sentiero per la mia automobile si inerpica su curve tortuose, tornanti e salite che a tratti sembrano muri invalicabili. A volte ad accoglierci c’è leggera nebbiolina, soprattutto quando la sera sta per trasformarsi in notte. Per fortuna spesso, dopo la salita c’è la discesa e dall’alto del passo, i primi raggi del sole dell’alba arrivano da est a scaldare la pelle vissuta del nostro viso

Questa prima gita l’ho trascorsa tra territorio svizzero ed italiano, per la precisione nell’alta Engadina con rientri in “patria” grazie al famosissimo Trenino Rosso del Bernina e pernottando in un albergo di Pontresina (Switzerland), lo Schweizerhof.

Da molto tempo desideravo avventurarmi sul treno rosso quindi perché non sfruttare una serie di giorni di ferie da smaltire?

Il “problema” è che dopo una gita così spettacolare e panoramica, potrei diventare “dipendente” a questo tipo di vacanze.

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Si perché proprio come scritto nella citazione riportata sopra, durante questi giorni ho proprio vissuto le emozioni che in quel post scrivevo solamente.

Nel raggiungere la Svizzera son passato da Tirano dove ho fatto tappa per pranzare. Purtroppo quando la superstrada (veloce panoramica e gratuita) che costeggia il Lago di Como termina, bisogna percorrere una strada statale per circa 70 chilometri. Sono stati più logoranti questi che tutto il restante viaggio.

Tirano è una città davvero molto inquinata, si respira tanto smog e c’è un traffico soffocante e roboante.

Se non fosse per la presenza della stazione del treno rosso, che fa pensare al viaggio su di esso, la definirei una gran brutta cittadina. Per fortuna, avendola già visitata lo sapevo già e per questo ho preferito andare in Svizzera.

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Tirano

DSC_4307.jpgQuindi nel pomeriggio di giovedì 5 maggio ho ripreso il viaggio. Direzione espatrio!

Sembrerò retorico ma come ho varcato il confine tutto è completamente cambiato.

Nessun concessionario lungo la strada svizzera (come invece ne avevo visti a decine la mattina, sostanzialmente 70 chilometri di zona industriale), segnali stradali diversi (ma non troppo), perfetta pulizia lungo i bordi stradali e nei fossi, scritte in almeno due/tre lingue (tedesco, italiano, francese), pochi negozi nei paesini che attraversavo e quei pochi con insegne in tedesco (le apotheke, farmacia).

Il non essere più in Italia è stata un’emozione strana che fino a quel momento non avevo mai provato. Eccitazione a mille collimava con la paura di commettere errori durante la guida o quella di non rispettare la rigorosità e precisione degli abitanti autoctoni.

Alcuni chilometri dopo la dogana e il suo stop (l’agente mi ha risparmiato una perquisizione toccata invece all’auto che mi precedeva) mi sono tranquillizzato ma l’eccitazione è cresciuta: la strada che spesso coincideva con i binari del trenino mi ha portato nella porzione larga della valle di Poschiavo, dove luccica il lago omonimo.

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Miralago

Il massimo del godimento è stato quando ho iniziato la salita verso il passo Bernina a 2330 metri s.l.m..

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Avevo già innestato la mia playlist musicale sulla “dance”, una selezione che mi ha accompagnato nella salita, a basso volume creava involontariamente la giusta atmosfera proprio come sognavo potesse essere. DSC_4347.jpg

La strada entrava quindi in boschi conifere, si sale velocemente. E in un batter d’occhio mi sono ritrovato in mezzo alla neve. La strada era pulitissima, ho colto dei giorni di fortunato sole e la neve era ancora quella invernale che pigramente si stava ritirando.

Penso che in qualunque stagione questo tratto di strada abbia un panorama mozzafiato. Personalmente mi son sentito come su un altro pianeta. Non avevo mai guidato in alta montagna su una strada asfaltata e pulita ma completamente circondato da neve e bianco ovunque. Sul lato della strada, non c’era un guardrail ma un muro di un metro di duro e spesso ghiaccio.DSC_4351.jpg

Il termometro della Clio scendeva rapidamente verso temperature alpine.

Dopo aver oltrepassato la deviazione, chiusa, per Livigno e dopo aver scalato ancora qualche tornante ecco d’improvviso il cartello del punto più alto della strada, il passo: Bernina.

Sono stati trentacinque chilometri fiabeschi e penso anche i “primi” di una lunga serie di chilometri che mi farò in futuro, nei prossimi anni, cercando di esplorare luoghi nuovi.

Vi saluto lasciando che parlino per me le foto scattate.

Riassumo velocemente come ho trascorso questi giorni:

  • 5 maggio, viaggio verso Pontresina con tappa pranzo a Tirano (segnalo i noiosi 70 chilometri percorsi in Valtellina). In tardo pomeriggio dopo il check-in e sistemazione in hotel, ho passeggiato per la semideserta Pontresina e mi sono spinto fino alla stazione del treno.

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  • 6 maggio, venerdì: viaggio sul trenino. (http://www.trenino-rosso-bernina.it/orari.html) Ore 9:04 Pontresina, arrivo in perfetto orario a Tirano alle 11:00. Pranzo in loco e poi nuovamente sul treno alle 13:40. Alle 15:24 sono sceso alla stazione Diavolezza (a dieci minuti dalla stazione più alta del trenino rosso) dove ho preso la funivia (skipass gratuito, altrimenti 38 CHF) per il rifugio a quasi 3000 metri di altezza.

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  • 7 maggio a passeggio nel bosco in Val Roseg (Pontresina) per poi salire sul treno, direzione Saint Moritz. Giornata trascorsa tra città e tutto il lungo lago in preda a fotografia compulsiva.

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  • 8 maggio rientro verso casa passando per Saint Moritz e il Passo Maloja (1815 m s.l.m.) e Chiavenna.

Questo è solo l’inizio, posterò poi qualcosa sulla Svizzera e sicuramente un breve articolo sul viaggio con il Trenino con escursione al Diavolezza (2978 metri).

A presto, ciao

Dave

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Pasqua, tanti auguri a tutti voi blogger ed internauti.

Finalmente sono riuscito a vedere il film “The Hateful Eight”.

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La premessa a questo leggero post concerne nell’affermare che io, in ordine, non sono: un critico, ne uno studioso di letteratura o di cinematografia e nemmeno un “fan” di Quentin Tarantino. Scrivo quanto segue perché me lo chiede la pancia. Si è una “recensione” di pancia.

Per maggiori informazioni abbiamo l’intero web. Io per esempio ho trovato questa pagina. Si tratta di un interessante articolo che inizia parlando della “mancanza del perdono” nel film (“senza appello e perdono, che attraversa tutto il film..” cit.) e senza nemmeno farlo apposta, oggi è il giorno di massima importanza per la religione cristiana, “quella del perdono e del porgere l’altra guancia”.

Capitolo uno – lo sapevamo o no?

Ognuno di noi che ha già avuto il piacere di vedere un film del pazzo regista del Tennessee, sapeva cosa ci sarebbe stato (più o meno) in questo contenitore video-lucido. Io stesso ho atteso per circa un’ora e mezza chiedendomi, “ma dove hai lasciato la zampata Quentin?”. Ebbene la zampata c’è ma questa volta il regista nonché scrittore del film, ci cuoce a fuoco lento. Si perchè solo ad un certo punto si capisce dove il film “andrà a parare” e questo aumenta ancora di più l’apprensione che tiene incollato allo schermo. Questa caratteristica mi ha divertito ed emozionato parecchio, grande colpo di genio cinematografico.

Capitolo due – la tempesta

Quest’anno abbiamo respirato l’aria gelida di una tormenta che però non è lei portatrice di sventura. Le più crudeli atrocità accadono negli unici momenti di tiepido sereno. Nella tormenta si vivono i “momenti di difficile convivenza”, ma la morte è ovunque, come è vigile sotto il sole, lo è anche nella bufera più fitta.

Capitolo tre – il romanzo da 70 mm

È un romanzo cinematografico, lo leggiamo, lo gustiamo attraverso “sei capitoli”. È presente crudeltà, tanta quanta ce ne sarebbe in un famelico branco di lupi che ha appena circondato un gruppo di agnelli.

Questo “romanzo” assume la macabra ironia dell’istigazione all’odio, se ne impossessa, ma questo è Tarantino quindi non poteva essere altrimenti. Come volevasi dimostrare il passaggio dall’istigazione, all’odio e infine alla morte avviene in maniera molto lineare, senza troppi discorsi.

La morte di un essere umano in USA, è “giustificata e legalizzata” dalla loro costituzione come “legittima difesa” senza un minimo di colpevolezza nell’istigazione. Evidentemente possono “giusificare” certi atti. Il regista tratta questi temi anche in altri film insieme alla Vendetta. La linea di confine tra Istigazione, Giustizia e Vendetta è sempre così labile, figuriamoci in un Wyoming di fine 1800, tormentato dalla neve e dai banditi.

Capitolo quattro – la k Tarantino

Come al solito non è un film adatto a tutti. Come scrivevo più sopra, chi conosce minimamente Tarantino sa cosa accadrà nel film. Ci sono alcune costanti (k) nei suoi film, tanto che si autocita spesso e volentieri. Da questo punto di vista, per esempio, chi ha lo stomaco debole, saprebbe dunque che questo tipo di film lo dovrebbe evitare. Sembra quasi che Tarantino abbia fatto un patto con qualche forza soprannaturale. Se gli chiedessero di non far più saltare in aria una testa, piuttosto non girerebbe altri film.

Questo che ho fatto è un piccolo Spoiler, e chiedo venia, ma ripeto: chi conosce Tarantino se lo aspetta, i suoi film sono caratterizzati da questa costante, anche se sinceramente i suoi film li godrei al massimo anche senza di essa, ne sono più che certo.

Capitolo cinque – L’ultima diligenza di Red Rock (traccia n. 1)

Ma per fortuna i bei film non hanno solo una caratterizzazione. C’è l’osannata OST o colonna sonora, del premio Oscar 2016 Ennio Morricone. Sinceramente non vi ho fatto particolarmente caso, ho fatto scivolare via il film senza darci peso, semplicemente è sprofondata nell’oblio. Ho goduto del film nella sua interezza e la banda sonora mi ha aumentato la sensazione di inquietudine, esattamente quando doveva farlo, tanto che a tratti il suo lato thriller è salito agli apici.

Ultimo Capitolo – l’epilogo

Ricapitolando, abbiamo un film con otto personaggi principali (povero O.B. dimenticato così..), un film lungo quasi tre ore che si svolge in spazi molto ristretti seppur il west è enorme: prima su una carrozza da diligenza a sei cavalli da tiro, poi all’interno dell’emporio di Minnie Mink. Non credo sia proprio da tutti, girare un film così lungo, con pochi personaggi e in un paio di ambientazioni principali. Noia? Non ne ho trovata, è un film di vecchia scuola, non per altro, per l’occasione, hanno fatto una scelta molto “style”, un retro vintage: la distribuzione di una versione in pellicola da 70 mm.

Assuefatti dalla cinematografia del nuovo millennio, ci troviamo un po’ spiazzati quando assistiamo a eventi come questo. Un film lento nello sviluppo, ma è perfetto perché Tarantino ci da la possibilità di conoscere i personaggi e soprattutto di inserirli nel contesto e nella storia del Nord America post guerra di secessione.

All’inizio ricorda molto i film “spaghetti western”, lento, molti rumori ambientali, pochi dialoghi crudi e duri. La seconda parte assomiglia ad un film giallo alla Agatha Christie. Il finale è, senza alcun dubbio alla Tarantino.

Mi sarebbe piaciuto parlare un po’ dei personaggi, ma non mi prolungo. Dico solo che mi ha colpito come sono state ben caratterizzate le due star del film Samuel L. Jackson (Maggiore Marquis Warren), Kurt Russell (John Ruth “Il Boia”) e la prigioniera (Daisy Domergue/Daisy Domingray) interpretata da Jennifer Jason Leigh con fattezze che ricordano all’inizio la mitica Janis Joplin e alla fine una malefica strega.

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Ve lo consiglio, rammendandovi per la ennesima volta che è un film a tratti #splatter, dunque se non avete questi problemi e non lo avete visto, vedetelo perché non tutti gli anni (per fortuna?) escono certi film, fatti così bene a lenta progressione, con colpi di scena degni dei migliori gialli.

Volevo terminare il post con una frase ad effetto ma non ho molta immaginazione, quindi lo faccio con il video della composizione sonora del film ed una citazione.

“John Ruth, lo sai, era il boia e quando è il boia a prenderti, tu non muori per una pallottola. Quando è il boia a prenderti, c’è la forca.”

Il maggioreMarquisWarren (Samuel L. Jackson)

ciao a presto,

Dave

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Eccomi tornato.

Non avevo più ispirazione.

Ma dopo la notizia trasmessa ieri, che ha fatto colorare di rosso polvere tutti i tg, oggi sono qui a postare questa mia opinione.

La notizia è di quelle che farebbe saltare dalla sua poltrona qualsiasi appassionato di fantascienza, ma non di scienza, il perché lo scrivo dopo.

Ma ..Si, proprio un telefono senza fili!

Vi ricordate il gioco? Una parola o una breve frase pensata da una prima persona, viene sussurrata nell’orecchio di una seconda e così via fino all’ultimo padiglione auricolare che ascolta, trasmette al cervello elabora e fa muovere la sua lingua collegata.

La frase che esce dall’ugola dell’ultima “pedina” dovrebbe essere più o meno simile alla prima o meglio, il gioco sta nel vedere se la frase finale è uguale a quella di partenza. Il divertimento che ne deriva lo conosciamo tutti. Spesso e volentieri, si capisce male una sillaba, un tempo verbale, un nome etc. insomma un “Franco balla con sua sorella” potrebbe diventare “Francobolla consuma sorella”.. tutti a scompisciarsi: “non hai capito! io ho detto balla”, “ehi, tu mi hai detto consuma?”, il più arguto innocente: “non è colpa mia, infatti non capivo il senso della frase!”.

Ecco, i mass media italiani sono dei gran telefoni sena fili.

Ora, non so se in effetti sono loro ad essere così, arguti innocenti: “ma infatti quella notizia mi suonava strana..”, o se, come il J.J.J. del Daily Bugle (il direttore del “noto giornale” del fumetto Spider Man), possiedono questa innata smania del dover lanciare la notizia a tutti i costi, in prima pagina, grassetto, carattere 800 e foto sgranate, perché Peter Parker non è ancora andato su Marte.

Quindi ci prendono in giro?

O meglio, sfottono l’italiano medio. Gli lanciano addosso una notizia, sapendo che l’hanno ingigantita e che purtroppo l’italiano medio la trasformerà in una epopea. Il pubblico sarà però diviso.

Da una parte, ci sarà colui il quale, rivolgerà ogni notte i suoi occhi speranzosi verso qualsiasi puntino luminoso in cielo, “si c’è vita nell’universo” (beata innocente, romantica ignoranza); dall’altra, l’assiduo frequentatore di internet che scriverà la sua simpatica, ironica battuta.. “han trovato l’acqua nel mare.. della tranquillità, sai che facilità” (bella si si, anche la rima, ma.. veramente il Mare della Tranquillità è sulla Luna, il tiro è sbagliato, cambia longitudine e perielio, grazie).

Non solo: ancora prima di “uscire”, la notizia è già cambiata. Eserciti di menti che perdono la notte di sonno alla ricerca del titolo, della frase di chiusura dell’articolo. E su Focus®, già sono stati stanziati migliaia di € per una intera serie sull’acqua salata di Marte. Ah si, sarebbe poi questa la notizia di cui sto sproloquiando.

E non è tutto. La notizia iniziale potrebbe essere interpretata male, tradotta peggio o scritta da uno del Jet Propulsion Laboratory dopo una notte di Piña Colada tutto Rum.

Ma non tutto il pubblico si fa ingannare. C’è anche chi cambia canale o spegne LCD ed accende il vecchio tubo catodico che tiene sul collo, lampadina sul fondo compresa.

Ma eccolo li, il fermo credente nella logica della scienza. Riderà sentendo lo stupore generale e penserà: “che banda di mattoidi, la notizia dice “semplicemente” che..” “..a otto etto Pascal e alla temperatura di meno vattelapesca gradi centigradi, una sola goccia di acqua, non solo non sarebbe ghiacciata (nonostante il freddo) ma si sarebbe già dispersa nella rarefatta atmosfera dopo una velocissima sublimazione”. Ma qui si parla di sali che si possono idratare e le strie che si vedono, sono delle colate (come lava, non calda) di questi sali idrati che arrivano dal sottosuolo. E tutta questa scoperta non è nemmeno diretta, ma indiretta, come praticamente tutte le scoperte cosmologiche fatte fino ad ora. Quindi la scoperta stessa è incerta.

Poi ci sono io che sono un mix. Un romantico ed ingenuo instagrammatore che ha spesso voglia di evadere perché dopo un po’, si sente i piedi pesanti se tenuti per “troppo tempo” ben piantati per Terra, nel duro realismo.

Siamo in un epoca dove tutto è possibile, tutto è così “fumettoso”. Tra un po’ nemmeno Hogwarts ci farà più impressione. E questa frase sembra una di quelle uscite da un fondamentalista della ragione, “bacchettone rompipalle che non sei altro!”.

No, la realtà è che ci piace evadere, ci piacciono le stronzate e, i racconti che una volta impaurivano le ombre che si stagliavano irregolari sui muri in terra delle cascine delle Langhe, sono oggi un vago ricordo, raccolti nei libri. Qualcuno di questi libri, per fortuna è ancora vivente. I nostri nonni (i miei stanno già riposando), sono il vero telefono senza filo e senza tempo.

p.s.

Vi saluto postando il trailer di un film che sta per essere trasmesso sul grande schermo. La sua sceneggiatura è tratta dal bel romanzo di Andy Weir che ho avuto il piacere di leggere a velocità ultrasonica e che, quindi, consiglio. Spero che il lungometraggio ne sia un degno discendente e che eviti di essere “fumettoso”, confido in Ridley Scott (il regista).

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A presto,

Ciao Dave

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Così intitolo questo post del dopo ferie. Io rimango sempre molto colpito dalle ferie e vengo preso dalla malinconia. Non è depressione post ferie come quella malattia che qualcuno nel mondo, ha cercato di creare come moda, per vendere qualche pasticca in più. È semplicemente un dolce ricordo, nella speranza di rivivere al più presto e magari più a lungo i momenti appena trascorsi.

Il fatto è che questa mia “voglia” di tornare nel mio luogo per vacanze ideale, mi è scoppiata a Febbraio 2015 quando ho prenotato la camera, per cercare di ottemperare a quel famoso detto: chi prima arriva meglio alloggia. Ecco dunque che ho potuto avere la camera che volevo e che sapevo mi avrebbe fatto stare bene anche nel tepore del risveglio.

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Cogne, il prato di Sant’Orso e il massiccio del Gran Paradiso, ripresi da Gimillian

Cogne in Valle d’Aosta è un luogo incantato e purtroppo macchiato da faccende extra turistiche, permette comunque di vivere dei soggiorni stupendi e lo è stato per me, per almeno tre anni, quasi di seguito.

Intanto perché montagna?

Grauson basso - i casolari 2200 m s.l.m.

Grauson basso – i casolari 2200 m s.l.m.

Premettendo che ammetto il mio snobismo verso altre formazioni montagnose (Alpi Marittime, Appennini..) la montagna con la “M” maiuscola per me inizia quando i boschi di latifoglie lasciano il posto a quelli di conifere. Quindi approssimativamente quando si superano i 1200 metri s.l.m. si iniziano a vedere solo distese e manti aghiformi di pini, abeti, larici. Il meglio secondo me lo si trova a partire dai 1400 m s.l.m. mentre oltre i 1500 m le considero quote già troppo alte.

il Camoscio mi da ragione. nion d7100 + obiettivo Sigma spinto al max zoom: 500 mm

il Camoscio mi da ragione. nikon d7100 + obiettivo Sigma spinto al max zoom: 500 mm

Tenendo poi un attimo presente il discorso economico, a parità di prezzo di una camera di hotel, io consiglio di scegliere una località che abbia queste caratteristiche. Ma non solo. Ne citerò qualche altra.

Informarsi tramite l’uso dei mezzi più conosciuti, quali Google Earth® e Panoramio® per vedere cosa c’è li intorno, com’è la conformazione del territorio. Non è necessario essere geologi, ma in montagna il panorama ha un 70% nel godimento totale della vacanza.

prati tanti prati

prati tanti prati

Quindi un altro consiglio che vorrei suggerire è quello di trovare un luogo incastonato tra le montagne, ma dove possibilmente non ci sia da scarpinare se si volesse fare una passeggiata rilassante o per smaltire l’acido lattico.

Poi l’altitudine è importante sia per la respirazione, un intensivo breve allenamento polmonare, ma anche perché intorno ai 1500 m, se si sceglie una località che non si trova in una “spinta” valle glaciale, a V per intenderci, ma in un pianoro, tutto intorno e in alto si vedono maestosi e ampi alpeggi. Forse molti non lo sanno, non ci fanno caso, ma quegli alpeggi sono infinitamente grandi e per quanto possa sembrare che abbiano una pendenza vertiginosa, in realtà sono molto ampi e pullulano di vita e acqua. Certo arrivare a vedere, in prima persona questa caratteristica non è semplice perché a 1500 m, se si punta in su il naso, vediamo panorami da 1000 metri in su, più sopra. In questo caso l’unica maniera per viverli è indossare scarponcini e “farli andare”.

si sale verso Grauson nuovo

si sale verso Grauson nuovo

Ecco, fondamentale è l’assenza di autostrade o ferrovie. Si è difficile trovarle a queste altezze ma meglio puntualizzare. Vi sconsiglio di scegliere una cittadina con queste vie di trasporto, solitamente si trovano al confine e vicino trafori. Questo binomio mi fa fischiare le orecchie. Che la località sia un passo o una città di montagna con una sola via di entrata e uscita, il bello è che questi luoghi si possano raggiungere con una strada statale o provinciale, il meno trafficata possibile e tutto il contorno del caso.

Possibilmente pochi impianti di risalita. Ma questo non dipende dalle nostre volontà, però garantisco che salire su un sentiero è molto più soddisfacente che prendere una funivia, per non parlare del fatto che la costruzione dei piloni ha di fatto snaturato l’ambiente circostante che diventa artificiale.

Anche per questo scelgo ancora Cogne, e lo farò di nuovo. Ha solo un impianto, una telecabina che porta pochi turisti su una montagnola dove c’è un parco naturalistico.

tra Grauson vecchio o basso e Grauson nuovo o di sopra a 2600 m s.l.m.

Siesta tra Grauson vecchio o basso e Grauson nuovo o di sopra a 2600 m s.l.m.

La vacanza in montagna può essere di diversi tipi. Per esempio una vacanza di gruppo. Un oratorio, un gruppo di amici, o facenti parte ad una associazione come il CAI. Oppure con la famiglia o con la/il compagna/o, ma anche in singolo come ho fatto io quest’anno.

Ci sono una moltitudine di motivi che mi fanno scegliere la montagna al posto del mare (tenendo presente che al massimo posso farmi una sola vacanza all’anno).

Uno di questi è che nel mondo succedono mille tragedie e tutti, dico tutti, vogliono imporre la propria opinione, senza rendersi conto di quanto, spesso e volentieri, bassa e razzista essa sia.

In montagna, oltre a non sentirle (per vari motivi, per esempio, io non ho mai acceso o guardato la tv), accade una cosa meravigliosa che consiglio a tutti questi ominidi di qualsiasi sesso, religione o etnia.

Se sei in montagna e hai di fronte una roccia che si alza da terra di 200 metri, o sei vicino ad una cascata capace di sprigionare una forza di miliardi di braccia oppure sei a metà strada di un sentiero che speri ti porti il più presto possibile alla meta perché le tue gambe sono di marmo, in quei momenti capisci come sei piccolo, come noi ominidi siamo minuscoli lillipuziani in confronto di Madre Natura e della Terra.

Vallone del Bardoney intorno ai 2200 metri s.l.m.

Vallone del Bardoney intorno ai 2200 metri s.l.m.

Questo consiglierei di viverlo ad ogni “boccaccia” spara cazzate o a chi si fa la grana a spese della natura.

Andate in montagna, state a fianco di una montagna e vedrete come diventerete piccoli di fronte a ciò che ci ospita, abbiatene rispetto la prossima volta che aprite bocca. Ma le persone provinciali non mettono il naso fuori e se lo fanno, lo fanno in totale comodità, senza sudare.

Il mare questo senso di grandezza non me lo ha mai trasmesso.

Cacate e acqua ovunque

Cascate e acqua ovunque

Ma tra i miei pensieri filosofici che facevo mentre salivo verso un luogo che si chiama “Lago delle Loie”, oltre a rischiare delle cadute catastrofiche (cavolo quest’anno proprio zero forma), ho avuto i miei momenti di debolezza.

All’ennesimo tornantino con gradone di pietra in bilico e bagnato da una brina (4,5° Celsius alle 9:25 di mattina di domenica 6 settembre 2015), ho pensato: “ma chi me l’ha fatto fare! Non potevo andare al mare anch’io con le chiappe al sole?” .. poi ho ripensato anche alla massa di gente che si fa mille selfie, a se stessi e ai propri mini costumi o ai propri piedi, per seguire le mode del momento, e mi sono risposto, “Dave cazzo dici, guarda dove vai e prosegui che è meglio”.

LAgo delle Loie 2300 m circa

Lago delle Loie 2300 m circa

Non parliamo di quando si arriva alla sommità. Cosa ti sale dal cuore, quando sei arrivato alla meta? Quando di fronte hai panorami mai visti e maestosi, larghi 30 40 chilometri e sei immerso in quegli alpeggi per i quali, da fondo valle ti chiedevi come sarebbero stati. Se siete sopravvissuti alla salita, beh.. dal cuore vi sale un sentimento di godimento interiore da invidiare.

il magnifico Vallone del Bardoney con la malga. in fondo al vallone il sentiero sale sulla destra della foto per il Colle dell'Arolla

un’altra foto del magnifico Vallone del Bardoney con la malga. in fondo al vallone il sentiero sale sulla destra della foto per il Colle dell’Arolla

Circondati da un alpeggio erboso (siamo intorno ai 2100 metri s.l.m dove gli alberi rimasti sono pochi), con piccoli arbusti, muschi e rocce pitturate da licheni sui quali saltano e cantano una miriade di grilli, sarete attirati da fischi di marmotte che vi faranno ruotare più volte su voi stessi di 360° per cercare di individuarle come quando cercate le differenze nella “settimana enigmistica”. Camminerete sul sentiero che verrà spesso interrotto da ruscelli di una larghezza di 60 cm circa, che vi invoglierà a infilarci la mano dentro e anche a camminarci dentro. Cosa ti sale dal cuore? Pace e serenità ma anche soddisfazione e pensieri profondi.

hola =)

hola       =)

E quando sarà il momento, se ti sei potuto concedere qualche vizio, io l’ho fatto, avrai tutto il tempo per tornare a valle, in hotel per farti una bella doccia e via, andare al centro benessere per sciogliere la muscolatura irrigidita al caldo tepore umido del bagno turco, o farti un giro nella jacuzzi esterna (acqua a 48° mentre l’aria del tramonto è già scesa intorno ai 10° C) con panorama da urlo. La serata terminerà con la cena, e la mattina seguente aprendo con delicatezza le tende, ecco il sole che sta pian piano risvegliando il Gran Paradiso. Una sorridente malinconia, niente paura è sempre la, non scappa.

Ps.Tutte le foto allegate sono state prese con una nikon d7100 o con un cellulare. Ma ho dovuto ridimensionarle per questioni di dimensione, quindi hanno perso parecchia qualità.

Altre foto le trovate sulla mia pagina @Instagram https://instagram.com/davegarba82/

o su @Facebook https://www.facebook.com/Dave.Garba

Ciao a presto,

dave

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Eccoci qui, mezzi sciolti e liquefatti da questa torrida altissima pressione.

Ho da poco terminato la lettura di un romanzo di Piero Angela (molto bello, da leggere!), intitolato: “Tredici miliardi di anni” che mi ha aiutato a fare una grande scoperta. Erano 65 milioni di anni che non faceva questo caldo sulla terra, ovvero proprio da quando il crudele asteroide cadde sul pianeta!

Bel libro, bello come questa musica di sottofondo, era Stairway to Heaven cantata dai Led Zeppelin su radio.. “che ne so”.. !

Ora Kashmir mi accompagna nella stesura di questo sudaticcio post.

Che periodo. Non ricordo un luglio così poco proficuo. A casa in ferie una settimana, proprio quando hanno acceso “il forno”, e sono ventitré giorni che va avanti così. Niente corsa, niente bicicletta ne addome o qualsiasi altro esercizio fisico.. beh spero di potermi rifare a breve.

Invece la lettura prosegue. Prima del romanzo citato sopra ho letto “il giocatore” di Dostoevskij che ho trovato semplicemente stupendo. Più bello de “l’Idiota”. Anche in questo romanzo il personaggio è parecchio idiota. O meglio dimostra di esserlo verso la fine. In ogni caso Fëdor ha scritto questo romanzo in 28 giorni se ho letto bene la prefazione. Ed in 28 giorni ha dettato alla sua futura moglie questo che è un capolavoro.

Beh oggi a lavoro è capitata una donna (sui trentacinque anni e in attesa di un bambino) che mi ha parlato di un farmaco venduto in Russia ma non nel resto del mondo. Parlando poi del più e del – ho scoperto che lei è nata in una cittadina della siberia del sud, quasi al confine con il Kazakistan. Sai com’è no, il mondo è piccolo, perché in una cittadina della pianura padana, di ventimila abitanti, non puoi trovarci un’originaria di Omsk.. d’altronde siamo global no?

Quale occasione migliore per un interrogatorio da KGB ahahahah.

Ho iniziato a chiederle del lago Bajkal (ma non c’è mai stata), della transiberiana (tra l’altro questa è una delle stazioni), ma non l’ha mai presa, poi ho iniziato a chiederle delle “dacie russe” e dei nomi che si danno al papà o alla nonna: batjuska (sbagliando, io, per entrambi, la pronuncia) babushka. Così sono arrivato a chiederle di Dostoevskij, scoprendo che proprio nella sua città di origine c’è un museo dedicatogli in quanto è stato in quella cittadina, in prigionia, quando venne messo ai ferri.

È stato un momento emozionante, c’è stato scambio culturale in una parafaramacia della provincia piemontese. In ogni caso il mio fiuto da esploratore si è del tutto sbloccato da un periodo a questa parte. Sono più io che interrogo la gente che il contrario. Della serie, a si ma stava chiedendomi del farmaco “x” forse, ops, scusi, mi ero perso nelle stringhe eteree della mia immaginazione.

Poi che altro.

Avevo visto Interstellar, ma forse ne ho già parlato. Non mi è piaciuto per via degli errori grossolani, come quando viene detto che la stella più vicina è a 5 mila anni luce (nella versione italiana, spero in un errore di doppiaggio) roba da esame universitario: “prego quella è la porta, cambi facoltà!”, oppure quando svolazzano tra pianeti extrasolari, anzi, extra lattei con navicelle simili a shuttle ma potentissimi. Tecnologie spaziali da favola e poi la terra che si desertifica. Infine la trama, si originale ma molto “romantica”. Non fa per me.

Ho apprezzato molto il lavoro di design e di costruzione dei modellini e la ricostruzione del buco nero. Le immagini sono bellissime, ma poi diventa tutto così claustrofobico ed un film dove ci sono diversi “fallimenti”, tipici di Nolan come nell’ultimo Batman, dove una minima speranza celata o appena accennata viene mostrata solo negli ultimi secondi.. argh .. ma come si fa? Due ore e mezza di film, drammi pianti, morti e viaggi inconclusivi. Insomma una tragedia.

Sarebbe stato bello un film sull’esplorazione e sui primi passi dell’uomo su un altro pianeta, ma continuano a propinarci roba che per forza deve avere un lato drammatico. Rivoglio il sogno alla star wars, il cameratismo di star trek, mi accontenterei perfino dell’azione horror di quattro marines in “allegra” compagnia xenomorfa (e forse l’attesa non sarà infinita, dovrebbe uscire un film con l’integerrima e cazzutissima Ripley & co).

Ora (o meglio non ora che sto per uscire) torno ad Arturo Conan Doyle, poi vi racconterò come mi stanno piacendo le avventure dell’investigatore più famoso di Londra. Ma devo chiedere scusa a tutti coloro che, leggendo quel che segue verrà un “coccolone”. I film di Holmes con Robert D. J. Mi sono davvero piaciuti e così, ora, ogni volta che apro il tomone, ripenso alla facciazza egocentrica dell’attore più pagato del momento. Il fatto è che trovo (parere personale, da amante dell’avventura) sia più adeguato un personaggio così, più simpatico (dottor Watson compreso – Jude Law) ed energetico, piuttosto che il noioso e “statico” di Geoffrey Whitehead (per quanto possa essere una pietra miliare) o dell’odioso Benedict Cumberbatch, star di moda ad Hollywood.

IMG_4391Non sono successe altre cose degne di nota, d’altronde non sono mica Battiato che nelle sue canzoni può raccontare i suoi “viaggi” nei deserti mongoli e sui treni di Tozeur.

Ciao a presto

Davide

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