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Archive for the ‘Musica’ Category

Ciao WordPress, ti saluto come se fossi un’entità vivente, quando in realtà sei virtuale anche se sei composto da idee, parole ed emozioni di migliaia di persone. Persone che non si conoscono ma che sono interconnesse tra loro da pc, tablet, telefonini; persone che non si conoscono ma si “leggono” in mille modi.

Internet non si può definire entità vivente perché non è “un sistema chimico autosufficiente, capace di evoluzione darwiniana”, però è palesemente un nuovo sistema di connessione tra le persone. Vuol dire che gli esseri umani si stanno evolvendo verso un sistema di condivisione dati ed informazione sempre più complesso e allo stesso tempo veloce? La nostra natura ci porterà verso il raggiungimento di una sempre più elevata comodità. Non stiamo più seduti su un tappeto a vedere le diapositive di un viaggio o a sfogliare un album fotografico. La polaroid non è più l’istantanea! Ora condividiamo via internet qualsiasi video, fotografia, suono.

Siamo comunque sempre legati a macchine, fili, antenne e sistemi elettronici per fare ciò.

Questo vuol dire forse che cerchiamo di emulare un’evoluzione che mai arriverà? Potremmo mai condividere mente-mente tutto questo ben di Dio, senza dipendere da artifizi, ma usando i nostri impulsi cerebrali?

Si, lo so, dopo mesi di silenzio mi ripropongo a voi con delle domande da milioni di dollari e mettendomi a citare Amedeo Balbi in “Dove sono tutti quanti” (saggio divulgativo edito Rizzoli 9788817087827 – link ibs) con la definizione della vita che un comitato di esperti NASA rilasciò nel 1992.. ma si da il caso che sia il tema di questo post.

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Dunque, mi sono stupito, non conoscevo questa frase!

Come dice l’autore del saggio, questa frase in realtà cela un tale significato che sarebbe necessario una saga di libri enciclopedici se si volesse spiegare bene ogni parola.

Ho un però.

Prima ingenuamente mi chiedevo se internet non si possa in qualche modo definire sistema vivente. Perché dovrebbe essere necessario, per esempio, che la vita DEBBA essere per forza un sistema chimico?

Perché non potrebbe essere composto, no so, da fluttuazioni di onde elettromagnetiche ordinate e/o coordinate?

Oppure, perché un essere vivo dovrebbe per forza essere capace di evoluzione darwiniana?

Bene, si, quella che noi chiamiamo VITA, qui sulla Terra, “deve sottostare” a ciò. Non ci sono scappatoie. Ma questo è quello che noi siamo sicuri che esiste!

Come facciamo a sapere quello che non vediamo, non abbiamo ancora visto o che non possiamo vedere perché ci dovrebbero servire strumenti artificiali che ci permettono di vederlo e non abbiamo la tecnologia per farlo?

L’astrofisico Balbi è ricercatore ed insegnante presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e anche un ottimo divulgatore scientifico: sento di poterlo collocare tra la simpatica e geniale Margherita Hack e il mitico, intramontabile Piero Angela.

Sto ancora leggendo il libro, ma pagina dopo pagina, gli interrogativi si moltiplicano. Il ricercatore dipinge una sorta di crono-storia di quello che è stata la ricerca della vita extraterrestre: dai fallimenti alle teorie, dalle teorie alla ricerca delle prove per sostenerle, passando per la probabilità della riproducibilità della vita, al fatto che non è detto che la vicinanza di una stella sia indispensabile alla vita.

Inoltre mette subito in chiaro che è praticamente impossibile trovare vita intelligente, ET che trotta sulla sua astronave attorno ad altre stelle, probabilmente non lo vedremo mai (forse, chissà..).

Quello che mi piacerebbe palpare dai pensieri di uno scienziato è un po’ più di creatività, senza sfociare in banale fantascienza o fanta-stupidità solo per dare speranza a giovani sognatori.

Forse gli scienziati non sono creativi proprio per non essere derisi, ma allora vuol dire che a tentare azzardate ipotesi si rischia la gogna, quasi come nel medioevo?

 

Cosa intendo per creatività?

Intendo cercare quello che non è ovvio.

È molto probabile che sulla Terra la vita sia nata in fondo agli oceani, dove sbuffavano i vulcani sottomarini (e lo fanno tutt’ora) e dove l’ambiente era migliore di quello di un “reattore” di un laboratorio chimico, pieno di sostanze e di variabili chimico fisiche, tanto che elementi chimici disparati si sono potuti unire insieme creando molecole organiche sempre più complesse. Si, tutto ciò è molto logico!

E sinceramente non capisco dove sia il problema di chi si chiede: chi ha dato l’input, chi o cosa abbia iniziato il processo. Per logicità, penso che sia tutto molto lineare. È avvenuto perché sul nostro pianeta poteva avvenire questo, lo trovo ovvio.

Mentre non è ovvio, per esempio, che la vita altrove possa essersi basata su altri elementi chimici.

Ma come possiamo studiarlo? Possiamo metterci “nei panni” di altre situazioni?

Sistema solare X, con stella diversa dal sole che emette radiazioni elettromagnetiche più energetiche e a maggior frequenza, pianeta Y ad una distanza W.

Come si può affermare che su quei corpi celesti ci debba “per forza” essere una vita basata su amminoacidi? Si vero, sono stati trovati su comete ed asteroidi e tutto farebbe pensare al binomio: Carbonio-vita, per tutto l’universo.

Ma come sono convinto che per logicità, la vita è nata per pura logica termodinamica e chimica, penso anche, che altrove sempre seguendo le stesse leggi della fisica, ma in presenza di forze di differente entità, la materia si possa essere mescolata in maniera diversa creando intelligenza.

Le mie domande in compagnia delle mie divagazioni e convinzioni, ovviamente vanno inesorabilmente a sbattere contro un muro di nebbia bella fitta, nel senso che nemmeno io saprei nemmeno immaginare una forma di vita diversa da quella conosciuta. E magari una eventualmente diversa da quella a base carbonio, figuriamoci una molto fantasiosamente basata su energia.

Una nuova forma di vita potrebbe essere quella che oltre ad essere autosufficiente e seguire un’evoluzione darwiniana, possa dare output, segni di varia natura in risposta a degli input esterni. Insomma perché una pietra, in certe condizioni non potrebbe essere una forma di vita? Anche se non si alimenta, anche se non si riproduce od evolve, ma più “semplicemente”, reagisce a uno stimolo (..cogito ergo sum..)?

Personalmente sono sostenitore dell’idea che..

..se nell’universo non ci fosse nessun altro che noi, ci sarebbe davvero un gran spreco di spazio.

E con questo vi saluto, e vi consiglio il libro citato.

Ciao a presto,

Dave

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Questo post non poteva mancare nel mio piccolo spazio web, vi metto solo in guardia che parlo dei fatti che avvengono nel film. Quindi se non lo avete ancora visto, non vi conviene leggere.

Come al solito scriverò quanto seguirà solo per amore verso il mio lato nerd e lo farò seguendo quelle che sono le mie intuizioni e più banalmente, le mie umanissime e umilissime emozioni.

Cercherò di scrivere o di descrivere quello che ho sentito mentre guardavo il settimo capitolo di una delle saghe che più mi hanno appassionato sin dai tempi della mia infanzia.

Solo il film “Il ritorno dello Jedi” uscì al cinema (ottobre 1983) quando io ero già presente sulla “Terra” da circa un anno e tre mesi. Perché lo nomino? Perché per “parlare” de “Il risveglio della forza(2015) sono obbligato a “passare” attraverso questo.

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Tra i due capitoli c’è stato quell’intermezzo durato: 33 anni, i tre prequel datati 1999, 2002, 2005 senza contare “l’universo espanso” con ore di cartoni animati, libri, fumetti, videogames.

Bene, nonostante si parli sempre di un hobby, l’attesa era comunque a dir poco snervante. L’aspettativa era grandiosa. Insomma, un sequel che avrebbe dovuto narrare la storia dei nostri vecchi beniamini che tornavano a far parte della “crew”, ai quali spettava il rito di iniziazione alla nuova trilogia.

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Il film del 1983 aveva fatto “il suo lavoro”. Dopo “L’impero colpisce ancora(1980), fu l’apice della storia iniziata nel 1977 con “Guerre Stellari”. George Lucas ci aveva immersi in un mondo nuovo, lo sappiamo tutti. Non era un western spaziale, come invece aveva fatto, molti anni prima, Gene Roddenberry con Star Trek.

No, era puro fantasy.

Universo e “storia” inventate, astronavi e volo spaziale mirabolante fatto di inseguimenti a velocità impressionanti, specie e razze aliene inventate senza per forza creare una classificazione e raggruppamenti in popoli, ma solo tanti e diversi bei pupazzetti.

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La cosa bella era proprio questa. Ci si immergeva in una galassia praticamente unificata. A confronto, il nostro “vero e terrestre” trattato di Schengen farebbe ovviamente ridere. La galassia di Star Wars era un posto in cui c’era l’Impero che la teneva unita con la paura, ma che allo stesso tempo creava ribellione; un posto dove regnavano l’anarchia, i mercati clandestini, le scorribande; dove, per assurdo, poteva capitare che la feccia galattica si ritrovava sullo stesso pianeta e magari seduta nella stessa “cantina” in cui c’erano i cacciatori delle loro taglie!

L’inserimento della “specie umana” (in una galassia lontana lontana..) come quella protagonista e della magia sotto forma della Forza insieme ai suoi discepoli, gli Jedi, sono stati la ciliegina sulla torta, la miccia che ha fatto esplodere la moda Star Wars.

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Nonostante i temi ricorrenti (già presenti in diverse mitologie), questa saga è una pietra miliare, almeno per la cinematografia perché punta sull’azione unita alla magia nell’immensità dello spazio. È un record (diciamo così) che ad oggi a mio avviso, non è stato ancora scalfito, nemmeno dall’Avatar di James Cameron e nemmeno dalla saga di Alien di Ridley Scott.

Perché questa digressione?

Perché purtroppo “Il risveglio della forza” è esattamente tutto l’opposto di quello che l’episodio precedente aveva portato al culmine e che aveva “dato il la” per un eventuale degno seguito.

Cosa ci si aspetta dagli sviluppatori, se non un film che ricalcasse almeno la tradizionale “magia” che c’era allora e che era al di là dall’avermi tuttora annoiato?

Dove sono finiti i bei momenti di “tregua” dai combattimenti in cui i protagonisti facevano il punto della situazione, e grazie ai quali noi spettatori ci potevamo concedere un attimo di respiro?

Dov’è finito il leggendario lato “Soap Opera” mescolato a romanticismo?

Dov’è finito il training del protagonista, la sua evoluzione o almeno la sua genesi?

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E qui mi scappa una battuta: sei film su Star Wars hanno avuto un inizio ed una fine, morale compresa nel prezzo del biglietto al cinema e finito il film si poteva sognare.

Ora il problema è che lo spettatore deve carpire “da solo” un significato o una morale sempre che ci sia e se c’è è seppellita sotto quintali di effetti speciali per non far sembrare il film troppo moralistico.

Inoltre, il pagante, si deve immaginare addirittura la genesi dei personaggi e la loro caratterizzazione, perché in questo film sembra non esserci il tempo per farlo o persino si potrebbe pensare: “non vogliono sprecare un brand per futili spiegazioni che potrebbero essere lo script di altri film”.

È volutamente un’azione commerciale e a mio modesto parere hanno rovinato un universo che era davvero spassoso e giusto, creando un brand da sfruttare al massimo delle possibilità.

Questo è indice di mancanza di originalità ed è ormai diversi anni che lo possiamo purtroppo constatare andando al cinema. Accade soprattutto per film fantastici, sono in pochi a salvarsi.

Disney & colleghi creeranno, con ogni probabilità, film al di fuori della saga originale (spin off) in cui prima o poi risponderanno a delle domande che hanno lasciato basiti quasi tutti gli spettatori di episodio VII.

Ecco un esempio:

Sono molto amareggiato per questo.

Sostanzialmente questo episodio è servito per introdurre (male) i nuovi personaggi (tra l’altro tutti umani..), per mostrare le fazioni in contrapposizione in un’epoca di post Impero dove sinceramente ci si aspetterebbe tutto fuorché la ribellione agisca sempre nascosta come “resistenza”. Dove l’Impero di fatto sembrerebbe non aver perso, anzi in trent’anni si sarebbe riorganizzato sotto un altro leader (Snoke), sotto un altro nome (Primo Ordine) e avrebbe costruito un’arma ancora più potente e fantascientifica rispetto la leggendaria “Morte Nera” ma che viene distrutta con maggior facilità, tutto semplicemente assurdo.

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..la star killer distrugge più pianeti la volta?.. ..l’impero colpisce ancora? si, più di prima..

Quello che critico non è tanto la storia che han deciso di farla andare in questo verso (..amen), ma la sua pochezza in fatto di originalità. È un continuo susseguirsi di Déjà-vu in cui, sinceramente ci si deprime veramente tanto: la citazione si tramuta in malinconia che sfocia in dramma. Il film non diverte.

E purtroppo non spiega molto su cosa sia successo dopo la morte dell’Imperatore. Viene data un’imbeccata, vero, ma questa non stuzzica l’immaginazione, non coinvolge, sembra un fatto poco importante, peccato invece che è la cosa principale perché sempre si parla di guerre stellari tra fazioni politiche, l’una dominata dal bene, l’altra dal male. È un film completamente sbilanciato.

Probabilmente erano talmente eccitati dal girarlo e da riproporre gli storici protagonisti che hanno finito per esagerare con le citazioni.

Infine vorrei riportare alcuni errori grossi come delle case.

Muore Han Solo (evviva la depressione..) con un colpo di spada laser in pieno stomaco (“grazie figliolo..”), e il suo fedele “pard” Chewbacca si infuria, fa esplodere tutto, spazza via guardie come non ci fosse un domani.

Ok, peccato però che quando la battaglia sulla Star Killer (la Morte Nera di turno) finisce e tornano tutti al pianeta base della resistenza, Leia non abbraccia Chewbacca (il suo vecchio amico..), ma Rey: ma le due non si erano mai viste prima!

E nel finale non fanno uno straccio di rito funebre per ricordare l’eroe, il Generale Solo caduto per aiutare (ancora una volta) la resistenza.

..

Nonostante tutti questi nei, il “risveglio della forza” avvenuto con una sorta di visione o richiamo, in una giovane donna, Rey (Daisy Ridley), è a mio avviso, l’unico colpo di genio del lungometraggio. Il problema però, anche qui, è l’assurdo imbarazzo che si viene a creare.this-deleted-scene-from-rey-s-vision-could-be-crucial-to-star-wars-episode-8-rey-in-the-h-856442

E vi esplico i miei dubbi facendo qualche esempio..

Come fa l’eroina a sapere cosa sono e come servirsi dei poteri mentali noti agli Jedi visto che lei è sempre vissuta su un pianeta desertico sul quale venne abbandonata (da chissà chi) in tenera età?

Ci si permea di massimo imbarazzo quando la vediamo usare questi poteri mentali: la prima volta, niente meno che contro il “cattivissimo” del film addestrato alle arti Jedi e Sith, Kylo Ren (Adam Driver).

Mentre lui la sta interrogando, lei gli contraccambia la lettura mentale tanto che scopre la sua volontà a raggiungere il livello di Darth Vader (come faceva poi Rey a sapere dell’esistenza di Darth Vader non si sa..) e successivamente utilizza questo potere per costringere la guardia carceraria a rilasciarla, un po’ come quando Obi Wan Kenobi nel film del 1977 disse agli Stormtroopers:Questi non sono i droidi che state cercando”.

Si, probabilmente ci daranno tutte le risposte in decine di film, visto e considerato che chi detiene i diritti vuole fare uscire un film di Star Wars ogni anno.

Ecco però che con questa azione commerciale, tutta la magia va veramente a farsi friggere.

Da fan lo boccio quasi totalmente.

Divertente per gli effetti speciali alla J. J. Abrams e per chi non ha mai visto un film della saga; ciò non toglie che le lacune presenti sono enormi anche per chi sente parlare della Forza per la prima volta.

Questa è la mia opinione.

Ciao a presto

Dave

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Quella sensazione di non volersi alzare dalla propria poltrona al cinema, perché vorresti entrare nella finzione di ciò che hai appena finito di vedere.

Quella malinconia  che ci pervade nel rendersi conto che bisogna tornare alla realtà.

Ma quanto è bello, a volte, tornare bambini tanto che ci si vorrebbe tuffare nella grande piscina del mega schermo.

Normalmente è solo semplice intrattenimento: il “come far trascorrere un paio di orette al cinema”.

Per fortuna a volte il coinvolgimento è tale che il lungometraggio non è solo divertimento ma vera estraniazione dalla realtà. Quando accade questo, il film per me, è un capolavoro.

Ieri ho rivissuto queste sensazioni con “Batman V Superman: Dawn of Justice”.

Leggo tante critiche a questo film ma non le condivido nemmeno una. Non capisco quale tipo di metro possa usare certa gente per giudicare un film come questo, un fantasy basato sui fumetti e che non tratta ne temi intellettualmente alti o fatti realmente accaduti o ancora trasposizioni da romanzi. Nonostante ciò, la popolazione dei nerd “della prima ora” lo ha criticato su molti fronti.

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Al regista Zack Snyder piace molto accentuare i dettagli nelle atmosfere che crea insieme ai suoi team.

Atmosfere che abbiamo già gustato: colori con tonalità scura, tramonti ed albe, la differenza tra chiaro e scuro (il contrasto), saturazione dei colori senza esagerare, vignettatura delle immagini che rendono scuri i bordi e gli angoli. Questo stile è capace di rendere epica anche una foglia che cade, una parata o il dettaglio di una parata.

 

Quindi in scia dell’altro “suo” film L’uomo d’acciaio (Man of Steel 2013, qui sopra una scena), che per me è il migliore film basato su Superman, ha creato fedelmente questo colossal senza sbagliarlo.

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Se dal lato dell’immagine e dello stile nell’uso dei filtri nella post produzione o nelle stesse riprese, mi ha fatto davvero godere, allo stesso modo mi ha divertito ed emozionato la trama, la recitazione degli attori, e gli spunti per film futuri inserendo una giusta quantità di mistero che non lascia buchi nella narrazione.

Dura la bellezza di 151’, ma non gli si può imputare di avere vuoti sulla trama nonostante vengono fatti accenni sul futuro cinematografico della Dc Comics™ (DC Extended Universe).

La trama quindi è lineare, abbiamo l’uomo pipistrello da collocare in un epoca successiva i film di Nolan (i tre Dark Knight, anche se in alcune interviste si parla di un “nuovo Batman”, proprio un nuovo universo), e questo perché lo dice lo stesso Ben Affleck (l’interprete dell’eroe) durante il film, senza fare però alcun riferimento diretto. È quindi un Batman sfilacciato, dagli altri.

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Anche se (a quanto pare) è sfilacciato dagli altri è comunque chiaro che è un Batman già “vissuto”, ne ha viste di cotte e di crude e lo dice palesemente. Inoltre è un “rompiscatole” e nettamente accecato dalla ricerca assoluta della “giustizia terrena”.

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E se la giustizia potrebbe sconfinare in violenza, questo Batman ci fa poco caso. Lui vuole che si ottenga giustizia anche da Superman che per lui è colpevole (di cosa? Non lo scrivo, vedete il film!).

No, in realtà come scrivevo Batman/Bruce è “accecato”.

Mentre Superman (Henry Cavill) è doppiamente muscoloso rispetto al film di tre anni fa, ma anche doppiamente innamorato,  ingenuo e smaliziato. Ottima performance dell’attore e degli autori per avercelo riproposto così mantenendo il personaggio in linea con il film precedente.

Superman è tanto affascinante quanto lo è la metà “oscura” del duo maschile capostipite della “Justice League”, mentre della Wonder Woman (Gal Gadot) ci si innamora subito, insieme alla colonna sonora che ha il suo apice proprio quando lei, la Dea Amazzone, si materializza, fulminea, ai nostri occhi (roba da far accapponare la pelle).

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Ecco la musica che la introduce:

Come scrivevo all’inizio, l’emozione che possiede questa pellicola è la capacità di rendere chi la guarda protagonista delle azioni che si sviluppano. La scena Maestra, da questo punto di vista, è la lettura dei file crittografati che contengono “interessanti notizie” (che qui non rivelerò). Mentre i personaggi stavano per aprire e vedere i loro contenuti muovendo lenti il mouse (questa suspence creata ad hoc per noi), la mia curiosità cresceva a dismisura: Esperimento riuscito, è stato davvero molto emozionante.

Per concludere, è un film diverso dagli altri cinecomics, Marvel Studios inclusi: è nettamente superiore.

Per esempio è diverso dai Batman a cui siamo “abituati” e che personalmente ho adorato. La differenza sta nel fatto che il Batman con Christian Bale combatte nemici dalle “dimensioni” umane e in quei film, sostanzialmente Lui è il “Dio”.

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The Dark Knight Rises – 2012

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In questo film Batman vive in un mondo dove ci sono alieni, esseri disumani e quant’altro. Quindi l’asticella s’è alzata di parecchio. Qui Batman Non è il “Dio”, no, la sua figura è ridimensionata ed  è riuscito senza alcun imbarazzo il passaggio da essere lui al centro dell’attenzione ad un ruolo al pari se non addirittura secondario rispetto i “colleghi”.

Il cattivo è Lex (Jesse Eisenberg), non è un metaumano nemmeno un metadio, ma un metagenio del male. Uno psicopatico capello castano chiaro e di alta istruzione. Che dire, a me è piaciuta anche questa porzione di film. Si, all’inizio parrebbe un sconclusionato ereditiere, al capo di un colosso multinazionale. Ha un grande potere e una grande influenza sulle alte sfere: per avere i propri “giocattoli” farebbe di tutto. In realtà, ci si rende subito conto che è in effeti proprio tutto questo, senza la parte del “fannullone”. È giovane si, ma un folle, completamente folle.

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Ha almeno un neo Batman V Superman?

Beh se li vogliamo chiamare nei, posso dire che è un film che si concentra sul lato “super” più che sul lato “umano” delle cose. Forse una miscela: un lato “superumano” nel dolore nell’amore, nel ricordo dei cari. Poi il fatto che gli uomini normali, Lois Lane (Amy Adams) e Lex Luthor a parte e Martha, non sono importanti nello sviluppo del film.

Infine: di effetti speciali ce ne sono troppi? Per me no. Tra l’altro durante le scene della grande battaglia finale, sembrava di rivivere combattimenti alla Dragon Ball e questo mi ha rizzato le antenne ancora di più.

Lo consiglio vivamente e se vorrete guardarlo dovreste vederlo prima o dopo “Man Of Steel” (così entrate per bene nell’universo della DC COMICS™) e fatelo, se volete, solo quando ne avrete voglia perché più di due ore di film non si digeriscono sempre bene.

grazie DC COMICS™

a presto,

dave

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Pasqua, tanti auguri a tutti voi blogger ed internauti.

Finalmente sono riuscito a vedere il film “The Hateful Eight”.

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La premessa a questo leggero post concerne nell’affermare che io, in ordine, non sono: un critico, ne uno studioso di letteratura o di cinematografia e nemmeno un “fan” di Quentin Tarantino. Scrivo quanto segue perché me lo chiede la pancia. Si è una “recensione” di pancia.

Per maggiori informazioni abbiamo l’intero web. Io per esempio ho trovato questa pagina. Si tratta di un interessante articolo che inizia parlando della “mancanza del perdono” nel film (“senza appello e perdono, che attraversa tutto il film..” cit.) e senza nemmeno farlo apposta, oggi è il giorno di massima importanza per la religione cristiana, “quella del perdono e del porgere l’altra guancia”.

Capitolo uno – lo sapevamo o no?

Ognuno di noi che ha già avuto il piacere di vedere un film del pazzo regista del Tennessee, sapeva cosa ci sarebbe stato (più o meno) in questo contenitore video-lucido. Io stesso ho atteso per circa un’ora e mezza chiedendomi, “ma dove hai lasciato la zampata Quentin?”. Ebbene la zampata c’è ma questa volta il regista nonché scrittore del film, ci cuoce a fuoco lento. Si perchè solo ad un certo punto si capisce dove il film “andrà a parare” e questo aumenta ancora di più l’apprensione che tiene incollato allo schermo. Questa caratteristica mi ha divertito ed emozionato parecchio, grande colpo di genio cinematografico.

Capitolo due – la tempesta

Quest’anno abbiamo respirato l’aria gelida di una tormenta che però non è lei portatrice di sventura. Le più crudeli atrocità accadono negli unici momenti di tiepido sereno. Nella tormenta si vivono i “momenti di difficile convivenza”, ma la morte è ovunque, come è vigile sotto il sole, lo è anche nella bufera più fitta.

Capitolo tre – il romanzo da 70 mm

È un romanzo cinematografico, lo leggiamo, lo gustiamo attraverso “sei capitoli”. È presente crudeltà, tanta quanta ce ne sarebbe in un famelico branco di lupi che ha appena circondato un gruppo di agnelli.

Questo “romanzo” assume la macabra ironia dell’istigazione all’odio, se ne impossessa, ma questo è Tarantino quindi non poteva essere altrimenti. Come volevasi dimostrare il passaggio dall’istigazione, all’odio e infine alla morte avviene in maniera molto lineare, senza troppi discorsi.

La morte di un essere umano in USA, è “giustificata e legalizzata” dalla loro costituzione come “legittima difesa” senza un minimo di colpevolezza nell’istigazione. Evidentemente possono “giusificare” certi atti. Il regista tratta questi temi anche in altri film insieme alla Vendetta. La linea di confine tra Istigazione, Giustizia e Vendetta è sempre così labile, figuriamoci in un Wyoming di fine 1800, tormentato dalla neve e dai banditi.

Capitolo quattro – la k Tarantino

Come al solito non è un film adatto a tutti. Come scrivevo più sopra, chi conosce minimamente Tarantino sa cosa accadrà nel film. Ci sono alcune costanti (k) nei suoi film, tanto che si autocita spesso e volentieri. Da questo punto di vista, per esempio, chi ha lo stomaco debole, saprebbe dunque che questo tipo di film lo dovrebbe evitare. Sembra quasi che Tarantino abbia fatto un patto con qualche forza soprannaturale. Se gli chiedessero di non far più saltare in aria una testa, piuttosto non girerebbe altri film.

Questo che ho fatto è un piccolo Spoiler, e chiedo venia, ma ripeto: chi conosce Tarantino se lo aspetta, i suoi film sono caratterizzati da questa costante, anche se sinceramente i suoi film li godrei al massimo anche senza di essa, ne sono più che certo.

Capitolo cinque – L’ultima diligenza di Red Rock (traccia n. 1)

Ma per fortuna i bei film non hanno solo una caratterizzazione. C’è l’osannata OST o colonna sonora, del premio Oscar 2016 Ennio Morricone. Sinceramente non vi ho fatto particolarmente caso, ho fatto scivolare via il film senza darci peso, semplicemente è sprofondata nell’oblio. Ho goduto del film nella sua interezza e la banda sonora mi ha aumentato la sensazione di inquietudine, esattamente quando doveva farlo, tanto che a tratti il suo lato thriller è salito agli apici.

Ultimo Capitolo – l’epilogo

Ricapitolando, abbiamo un film con otto personaggi principali (povero O.B. dimenticato così..), un film lungo quasi tre ore che si svolge in spazi molto ristretti seppur il west è enorme: prima su una carrozza da diligenza a sei cavalli da tiro, poi all’interno dell’emporio di Minnie Mink. Non credo sia proprio da tutti, girare un film così lungo, con pochi personaggi e in un paio di ambientazioni principali. Noia? Non ne ho trovata, è un film di vecchia scuola, non per altro, per l’occasione, hanno fatto una scelta molto “style”, un retro vintage: la distribuzione di una versione in pellicola da 70 mm.

Assuefatti dalla cinematografia del nuovo millennio, ci troviamo un po’ spiazzati quando assistiamo a eventi come questo. Un film lento nello sviluppo, ma è perfetto perché Tarantino ci da la possibilità di conoscere i personaggi e soprattutto di inserirli nel contesto e nella storia del Nord America post guerra di secessione.

All’inizio ricorda molto i film “spaghetti western”, lento, molti rumori ambientali, pochi dialoghi crudi e duri. La seconda parte assomiglia ad un film giallo alla Agatha Christie. Il finale è, senza alcun dubbio alla Tarantino.

Mi sarebbe piaciuto parlare un po’ dei personaggi, ma non mi prolungo. Dico solo che mi ha colpito come sono state ben caratterizzate le due star del film Samuel L. Jackson (Maggiore Marquis Warren), Kurt Russell (John Ruth “Il Boia”) e la prigioniera (Daisy Domergue/Daisy Domingray) interpretata da Jennifer Jason Leigh con fattezze che ricordano all’inizio la mitica Janis Joplin e alla fine una malefica strega.

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Ve lo consiglio, rammendandovi per la ennesima volta che è un film a tratti #splatter, dunque se non avete questi problemi e non lo avete visto, vedetelo perché non tutti gli anni (per fortuna?) escono certi film, fatti così bene a lenta progressione, con colpi di scena degni dei migliori gialli.

Volevo terminare il post con una frase ad effetto ma non ho molta immaginazione, quindi lo faccio con il video della composizione sonora del film ed una citazione.

“John Ruth, lo sai, era il boia e quando è il boia a prenderti, tu non muori per una pallottola. Quando è il boia a prenderti, c’è la forca.”

Il maggioreMarquisWarren (Samuel L. Jackson)

ciao a presto,

Dave

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Buonasera internauti, la mia latitanza è stata lunga e ben goduta.

Il desiderio di parlarvi di un libro che ho finito di leggere da poco mi riporta qui da voi.

Un romanzo che molti ragazze e ragazzi della mia età avranno già letto, ma io ho i miei tempi e sinceramente per fortuna, io li “ho” questi tempi, quindi si alla mia veneranda età di ormai 34 anni ho letto: “Le pietre magiche di Shannara” di Terry Brooks.

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Per chi non lo sapesse, si tratta del secondo romanzo del “ciclo di Shannara” scritto nel lontano ‘82 da questo autore statunitense. Ha la mia medesima età!

Una premessa: ho saltato il primo romanzo del ciclo. Perché? Semplicemente perché nella libreria dove ho acquistato questo romanzo, sullo scaffale dedicato a Brooks, il libro “La spada di Shannara” non c’era. A me d’altronde era tornata la voglia di leggere, e nello specifico di leggere fantasy. Non volendo lasciarmi sfuggire di mano questo ritrovato desiderio di leggere ho acquistato il secondo e l’ho letto.

Ho fatto questa premessa perché sento già chi direbbe: “mai partire da saga iniziata”.

Beh, non sono nelle condizioni di dire di aver ragione o torto io stavolta, questo almeno finché non leggerò il primo. Ma più o meno per le stesse ragioni, ho “dovuto” arrangiarmi con le letture posticipate o saltate anche con Il “Signore degli Anelli” e anche con i romanzi di Asimov. In entrambi i casi non ho avuto alcun problema nell’intendere la storia o capire com’è fatto “l’universo” in cui si svolge la storia.

Dalle storie che ho letto io, mi sembra di ricordare di non aver mai avuto dei “buchi narrativi”. Lo scrittore accompagna sempre il lettore: ogni volta vengono riprese le diverse caratterizzazioni.

In questo romanzo, l’autore spiega dove si svolgono le vicende, chi sono i personaggi che sono i discendenti di quelli del primo libro. Si fanno alcuni riferimenti cronologici alle vicende passate ma non c’è assoluta continuità con il primo. Da dove ho iniziato io, si parla di una faccenda che non è preclusa a chi non ha letto il primo. Come faccio a dirlo? Lo affermo perché ho capito bene il romanzo, i personaggi e i luoghi.

..la regola delle cinque W:

Who? What? When? Where? Why?

Quando leggo un romanzo spero sempre che lo scrittore mi dia una risposta a queste domande fondamentali. Lo stesso vale per i film o per le canzoni anche se in questi ultimi due è a volte necessario avere delle fondamenta culturali che possano far capire delle cose che non vengono necessariamente spiegate, perché sono delle citazioni.

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Questo nuovo anno è iniziato con una inaspettata passione verso la musica classica.

Certo, quella che io definisco entusiasticamente “passione”, in realtà è una passione passeggera, come tante altre.

Mi ha ispirato non poco la visione del Classico Concerto di Capodanno nella Sala Dorata a Vienna, trasmesso in differita sulle reti RAI il primo Gennaio.

Con “musica classica” intendo le arie più conosciute, anche se durante il concerto stesso, ho potuto ascoltare brani che non mi erano familiari e ovviamente, se non erano familiari a me non è assolutamente detto che non siano “famose” anzi tutto l’opposto.

Con la mia consueta “immaginazione”, non potevo esularmi dall’andare fuori tema anche durante la visione del concerto, e quindi la mia mente spaziava verso altri lidi, e nello specifico mi incuriosiva il pubblico.

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Pensavo che quale che sia lo spettacolo, danza, concerto corale, o solo acustico, oppure “l’Opéra”, chi sta sul palco intrattiene il pubblico e se l’intrattenimento è ad hoc, se “l’ospite” ha successo, esso avrà nuovi contratti a disposizione, interminabili minuti di applausi, gloria onore, titoli nobiliari, cavalierati etc..

Ma non c’è alcuna partecipazione da parte del pubblico alla finalizzazione del successo dello spettacolo stesso. Chi ha acquistato il biglietto non deve fare altro che sedersi e ascoltare, imbibirsi dell’energia emessa dagli ottoni o dai cordofoni o dagli acuti del tenore.

Quindi è uno spettacolo passivo. Beh del resto lo è, come lo sono tutte le altre forme d’intrattenimento: finché anche “noi” non saremo sul palcoscenico, saremo sempre passivi.

È per questo forse che è stata creata questa musica, no? Per intrattenere.

Non per far entrare nel personaggio l’ospitato seduto nello spalto.

Come vi immaginate la musica da camera, tardo barocca, nelle stanze imperiali dell’Europa del 1600 al romanticissimo Valzer Viennese, fino alla Belle Époque? O ancora come vi immaginate, i gran balli organizzati per dignitari e diplomatici?

Sfarzosi luccicanti lampadari illuminavano testoni profumati e impomatati, dame e cavalieri vestiti a sera, come si conviene al proprio rango. Fuori carrozze e cavalli pregiati, dentro ereditieri di titoli nobiliari o di antichi patrimoni.

Sono cambiate le cose? Secondo me no.

Ecco dunque, quando stavo guardando il concerto, mi chiedevo, ma per chi sta suonando la “Filarmonica di Vienna” condotta dal Maestro d’Orchestra Mariss Jansons?

Ok, suonava anche per me che di titoli nobiliari non ne ho, anzi proprio l’altro giorno, sul luogo di lavoro, sono stato chiamato “Bimbo” da un signore che voleva attirare la mia attenzione. Cose di questo tipo, nel ‘700, potevano scatenare un duello: l’onore di un “virile” trentenne così scalfito in pubblico da un settantenne andante, “oh Lei come osa!”.

Ma per chi suonava? Secondo me, nel pubblico (più di 1700 posti a sedere!) erano presenti i discendenti di coloro che qualche secolo fa, erano soliti organizzare gran balli alla coorte degli Asburgo, diplomatici o reggenti giapponesi o di chissà quale altre nazione orientale (in effetti la regia austriaca indugiava spesso su un signore e consorte dalle fattezze orientali).

 

Volevo solo stuzzicarvi l’immaginazione, anche perché “penso” che se i

o ora mi mettessi a richiedere un posto in prima fila della sala dorata del Musikverein per il concerto 2018 (probabilmente i posti per il 2017 saranno già esauriti), magari riuscirei anche a comprarlo senza avere alcun legame con gli Asburgo o con la famiglia Strauss.

Sono un tipo curioso e come sapete mi piace immaginare, anche se, sinceramente non so dov’è situata esattamente la linea di demarcazione tra curiosità e invidia. Sono più curioso di sapere di aver visto tra il pubblico a godersi dello sfarzo viennese, gente che, nonostante faccia i bisogni “come me”, è in qualche modo privilegiata, può permettersi di avere un posto in prima fila senza dover prenotare: “vostro Onore, ecco il Vostro solito posto e quello di sua consorte, madama La prego mi dia la pelliccia di lupetto”.

Oppure è invidia, e questa mi porta a voler fare un “sit up” al posto dell’Onorevole che nel 2018 troverà le mie chiappe incollate al suo posto? Delirante !

In ogni caso, nonostante tutto, nonostante il romanticismo contrapposto all’illuminismo e al razionalismo, nonostante i sentimenti rivoluzionari che tagliarono la testa ad alcuni di quelli che la musica d’élite risuonava ancora nelle loro orecchie sanguinanti, io vi dedico qualche brano.

Essendo arte di creazione umana, per fortuna prescinde dalla classe d’appartenenza, e il romanticismo è un gran bel stile di vita che non dipende da quanto è grande il tuo portafoglio, il Jean Valjean di Hugo insegna.

2016 Cheers !

 

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Così intitolo questo post del dopo ferie. Io rimango sempre molto colpito dalle ferie e vengo preso dalla malinconia. Non è depressione post ferie come quella malattia che qualcuno nel mondo, ha cercato di creare come moda, per vendere qualche pasticca in più. È semplicemente un dolce ricordo, nella speranza di rivivere al più presto e magari più a lungo i momenti appena trascorsi.

Il fatto è che questa mia “voglia” di tornare nel mio luogo per vacanze ideale, mi è scoppiata a Febbraio 2015 quando ho prenotato la camera, per cercare di ottemperare a quel famoso detto: chi prima arriva meglio alloggia. Ecco dunque che ho potuto avere la camera che volevo e che sapevo mi avrebbe fatto stare bene anche nel tepore del risveglio.

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Cogne, il prato di Sant’Orso e il massiccio del Gran Paradiso, ripresi da Gimillian

Cogne in Valle d’Aosta è un luogo incantato e purtroppo macchiato da faccende extra turistiche, permette comunque di vivere dei soggiorni stupendi e lo è stato per me, per almeno tre anni, quasi di seguito.

Intanto perché montagna?

Grauson basso - i casolari 2200 m s.l.m.

Grauson basso – i casolari 2200 m s.l.m.

Premettendo che ammetto il mio snobismo verso altre formazioni montagnose (Alpi Marittime, Appennini..) la montagna con la “M” maiuscola per me inizia quando i boschi di latifoglie lasciano il posto a quelli di conifere. Quindi approssimativamente quando si superano i 1200 metri s.l.m. si iniziano a vedere solo distese e manti aghiformi di pini, abeti, larici. Il meglio secondo me lo si trova a partire dai 1400 m s.l.m. mentre oltre i 1500 m le considero quote già troppo alte.

il Camoscio mi da ragione. nion d7100 + obiettivo Sigma spinto al max zoom: 500 mm

il Camoscio mi da ragione. nikon d7100 + obiettivo Sigma spinto al max zoom: 500 mm

Tenendo poi un attimo presente il discorso economico, a parità di prezzo di una camera di hotel, io consiglio di scegliere una località che abbia queste caratteristiche. Ma non solo. Ne citerò qualche altra.

Informarsi tramite l’uso dei mezzi più conosciuti, quali Google Earth® e Panoramio® per vedere cosa c’è li intorno, com’è la conformazione del territorio. Non è necessario essere geologi, ma in montagna il panorama ha un 70% nel godimento totale della vacanza.

prati tanti prati

prati tanti prati

Quindi un altro consiglio che vorrei suggerire è quello di trovare un luogo incastonato tra le montagne, ma dove possibilmente non ci sia da scarpinare se si volesse fare una passeggiata rilassante o per smaltire l’acido lattico.

Poi l’altitudine è importante sia per la respirazione, un intensivo breve allenamento polmonare, ma anche perché intorno ai 1500 m, se si sceglie una località che non si trova in una “spinta” valle glaciale, a V per intenderci, ma in un pianoro, tutto intorno e in alto si vedono maestosi e ampi alpeggi. Forse molti non lo sanno, non ci fanno caso, ma quegli alpeggi sono infinitamente grandi e per quanto possa sembrare che abbiano una pendenza vertiginosa, in realtà sono molto ampi e pullulano di vita e acqua. Certo arrivare a vedere, in prima persona questa caratteristica non è semplice perché a 1500 m, se si punta in su il naso, vediamo panorami da 1000 metri in su, più sopra. In questo caso l’unica maniera per viverli è indossare scarponcini e “farli andare”.

si sale verso Grauson nuovo

si sale verso Grauson nuovo

Ecco, fondamentale è l’assenza di autostrade o ferrovie. Si è difficile trovarle a queste altezze ma meglio puntualizzare. Vi sconsiglio di scegliere una cittadina con queste vie di trasporto, solitamente si trovano al confine e vicino trafori. Questo binomio mi fa fischiare le orecchie. Che la località sia un passo o una città di montagna con una sola via di entrata e uscita, il bello è che questi luoghi si possano raggiungere con una strada statale o provinciale, il meno trafficata possibile e tutto il contorno del caso.

Possibilmente pochi impianti di risalita. Ma questo non dipende dalle nostre volontà, però garantisco che salire su un sentiero è molto più soddisfacente che prendere una funivia, per non parlare del fatto che la costruzione dei piloni ha di fatto snaturato l’ambiente circostante che diventa artificiale.

Anche per questo scelgo ancora Cogne, e lo farò di nuovo. Ha solo un impianto, una telecabina che porta pochi turisti su una montagnola dove c’è un parco naturalistico.

tra Grauson vecchio o basso e Grauson nuovo o di sopra a 2600 m s.l.m.

Siesta tra Grauson vecchio o basso e Grauson nuovo o di sopra a 2600 m s.l.m.

La vacanza in montagna può essere di diversi tipi. Per esempio una vacanza di gruppo. Un oratorio, un gruppo di amici, o facenti parte ad una associazione come il CAI. Oppure con la famiglia o con la/il compagna/o, ma anche in singolo come ho fatto io quest’anno.

Ci sono una moltitudine di motivi che mi fanno scegliere la montagna al posto del mare (tenendo presente che al massimo posso farmi una sola vacanza all’anno).

Uno di questi è che nel mondo succedono mille tragedie e tutti, dico tutti, vogliono imporre la propria opinione, senza rendersi conto di quanto, spesso e volentieri, bassa e razzista essa sia.

In montagna, oltre a non sentirle (per vari motivi, per esempio, io non ho mai acceso o guardato la tv), accade una cosa meravigliosa che consiglio a tutti questi ominidi di qualsiasi sesso, religione o etnia.

Se sei in montagna e hai di fronte una roccia che si alza da terra di 200 metri, o sei vicino ad una cascata capace di sprigionare una forza di miliardi di braccia oppure sei a metà strada di un sentiero che speri ti porti il più presto possibile alla meta perché le tue gambe sono di marmo, in quei momenti capisci come sei piccolo, come noi ominidi siamo minuscoli lillipuziani in confronto di Madre Natura e della Terra.

Vallone del Bardoney intorno ai 2200 metri s.l.m.

Vallone del Bardoney intorno ai 2200 metri s.l.m.

Questo consiglierei di viverlo ad ogni “boccaccia” spara cazzate o a chi si fa la grana a spese della natura.

Andate in montagna, state a fianco di una montagna e vedrete come diventerete piccoli di fronte a ciò che ci ospita, abbiatene rispetto la prossima volta che aprite bocca. Ma le persone provinciali non mettono il naso fuori e se lo fanno, lo fanno in totale comodità, senza sudare.

Il mare questo senso di grandezza non me lo ha mai trasmesso.

Cacate e acqua ovunque

Cascate e acqua ovunque

Ma tra i miei pensieri filosofici che facevo mentre salivo verso un luogo che si chiama “Lago delle Loie”, oltre a rischiare delle cadute catastrofiche (cavolo quest’anno proprio zero forma), ho avuto i miei momenti di debolezza.

All’ennesimo tornantino con gradone di pietra in bilico e bagnato da una brina (4,5° Celsius alle 9:25 di mattina di domenica 6 settembre 2015), ho pensato: “ma chi me l’ha fatto fare! Non potevo andare al mare anch’io con le chiappe al sole?” .. poi ho ripensato anche alla massa di gente che si fa mille selfie, a se stessi e ai propri mini costumi o ai propri piedi, per seguire le mode del momento, e mi sono risposto, “Dave cazzo dici, guarda dove vai e prosegui che è meglio”.

LAgo delle Loie 2300 m circa

Lago delle Loie 2300 m circa

Non parliamo di quando si arriva alla sommità. Cosa ti sale dal cuore, quando sei arrivato alla meta? Quando di fronte hai panorami mai visti e maestosi, larghi 30 40 chilometri e sei immerso in quegli alpeggi per i quali, da fondo valle ti chiedevi come sarebbero stati. Se siete sopravvissuti alla salita, beh.. dal cuore vi sale un sentimento di godimento interiore da invidiare.

il magnifico Vallone del Bardoney con la malga. in fondo al vallone il sentiero sale sulla destra della foto per il Colle dell'Arolla

un’altra foto del magnifico Vallone del Bardoney con la malga. in fondo al vallone il sentiero sale sulla destra della foto per il Colle dell’Arolla

Circondati da un alpeggio erboso (siamo intorno ai 2100 metri s.l.m dove gli alberi rimasti sono pochi), con piccoli arbusti, muschi e rocce pitturate da licheni sui quali saltano e cantano una miriade di grilli, sarete attirati da fischi di marmotte che vi faranno ruotare più volte su voi stessi di 360° per cercare di individuarle come quando cercate le differenze nella “settimana enigmistica”. Camminerete sul sentiero che verrà spesso interrotto da ruscelli di una larghezza di 60 cm circa, che vi invoglierà a infilarci la mano dentro e anche a camminarci dentro. Cosa ti sale dal cuore? Pace e serenità ma anche soddisfazione e pensieri profondi.

hola =)

hola       =)

E quando sarà il momento, se ti sei potuto concedere qualche vizio, io l’ho fatto, avrai tutto il tempo per tornare a valle, in hotel per farti una bella doccia e via, andare al centro benessere per sciogliere la muscolatura irrigidita al caldo tepore umido del bagno turco, o farti un giro nella jacuzzi esterna (acqua a 48° mentre l’aria del tramonto è già scesa intorno ai 10° C) con panorama da urlo. La serata terminerà con la cena, e la mattina seguente aprendo con delicatezza le tende, ecco il sole che sta pian piano risvegliando il Gran Paradiso. Una sorridente malinconia, niente paura è sempre la, non scappa.

Ps.Tutte le foto allegate sono state prese con una nikon d7100 o con un cellulare. Ma ho dovuto ridimensionarle per questioni di dimensione, quindi hanno perso parecchia qualità.

Altre foto le trovate sulla mia pagina @Instagram https://instagram.com/davegarba82/

o su @Facebook https://www.facebook.com/Dave.Garba

Ciao a presto,

dave

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