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Archive for the ‘fantafilosofia’ Category

Ciao WordPress, ti saluto come se fossi un’entità vivente, quando in realtà sei virtuale anche se sei composto da idee, parole ed emozioni di migliaia di persone. Persone che non si conoscono ma che sono interconnesse tra loro da pc, tablet, telefonini; persone che non si conoscono ma si “leggono” in mille modi.

Internet non si può definire entità vivente perché non è “un sistema chimico autosufficiente, capace di evoluzione darwiniana”, però è palesemente un nuovo sistema di connessione tra le persone. Vuol dire che gli esseri umani si stanno evolvendo verso un sistema di condivisione dati ed informazione sempre più complesso e allo stesso tempo veloce? La nostra natura ci porterà verso il raggiungimento di una sempre più elevata comodità. Non stiamo più seduti su un tappeto a vedere le diapositive di un viaggio o a sfogliare un album fotografico. La polaroid non è più l’istantanea! Ora condividiamo via internet qualsiasi video, fotografia, suono.

Siamo comunque sempre legati a macchine, fili, antenne e sistemi elettronici per fare ciò.

Questo vuol dire forse che cerchiamo di emulare un’evoluzione che mai arriverà? Potremmo mai condividere mente-mente tutto questo ben di Dio, senza dipendere da artifizi, ma usando i nostri impulsi cerebrali?

Si, lo so, dopo mesi di silenzio mi ripropongo a voi con delle domande da milioni di dollari e mettendomi a citare Amedeo Balbi in “Dove sono tutti quanti” (saggio divulgativo edito Rizzoli 9788817087827 – link ibs) con la definizione della vita che un comitato di esperti NASA rilasciò nel 1992.. ma si da il caso che sia il tema di questo post.

dovesonotuttiquanti

Dunque, mi sono stupito, non conoscevo questa frase!

Come dice l’autore del saggio, questa frase in realtà cela un tale significato che sarebbe necessario una saga di libri enciclopedici se si volesse spiegare bene ogni parola.

Ho un però.

Prima ingenuamente mi chiedevo se internet non si possa in qualche modo definire sistema vivente. Perché dovrebbe essere necessario, per esempio, che la vita DEBBA essere per forza un sistema chimico?

Perché non potrebbe essere composto, no so, da fluttuazioni di onde elettromagnetiche ordinate e/o coordinate?

Oppure, perché un essere vivo dovrebbe per forza essere capace di evoluzione darwiniana?

Bene, si, quella che noi chiamiamo VITA, qui sulla Terra, “deve sottostare” a ciò. Non ci sono scappatoie. Ma questo è quello che noi siamo sicuri che esiste!

Come facciamo a sapere quello che non vediamo, non abbiamo ancora visto o che non possiamo vedere perché ci dovrebbero servire strumenti artificiali che ci permettono di vederlo e non abbiamo la tecnologia per farlo?

L’astrofisico Balbi è ricercatore ed insegnante presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e anche un ottimo divulgatore scientifico: sento di poterlo collocare tra la simpatica e geniale Margherita Hack e il mitico, intramontabile Piero Angela.

Sto ancora leggendo il libro, ma pagina dopo pagina, gli interrogativi si moltiplicano. Il ricercatore dipinge una sorta di crono-storia di quello che è stata la ricerca della vita extraterrestre: dai fallimenti alle teorie, dalle teorie alla ricerca delle prove per sostenerle, passando per la probabilità della riproducibilità della vita, al fatto che non è detto che la vicinanza di una stella sia indispensabile alla vita.

Inoltre mette subito in chiaro che è praticamente impossibile trovare vita intelligente, ET che trotta sulla sua astronave attorno ad altre stelle, probabilmente non lo vedremo mai (forse, chissà..).

Quello che mi piacerebbe palpare dai pensieri di uno scienziato è un po’ più di creatività, senza sfociare in banale fantascienza o fanta-stupidità solo per dare speranza a giovani sognatori.

Forse gli scienziati non sono creativi proprio per non essere derisi, ma allora vuol dire che a tentare azzardate ipotesi si rischia la gogna, quasi come nel medioevo?

 

Cosa intendo per creatività?

Intendo cercare quello che non è ovvio.

È molto probabile che sulla Terra la vita sia nata in fondo agli oceani, dove sbuffavano i vulcani sottomarini (e lo fanno tutt’ora) e dove l’ambiente era migliore di quello di un “reattore” di un laboratorio chimico, pieno di sostanze e di variabili chimico fisiche, tanto che elementi chimici disparati si sono potuti unire insieme creando molecole organiche sempre più complesse. Si, tutto ciò è molto logico!

E sinceramente non capisco dove sia il problema di chi si chiede: chi ha dato l’input, chi o cosa abbia iniziato il processo. Per logicità, penso che sia tutto molto lineare. È avvenuto perché sul nostro pianeta poteva avvenire questo, lo trovo ovvio.

Mentre non è ovvio, per esempio, che la vita altrove possa essersi basata su altri elementi chimici.

Ma come possiamo studiarlo? Possiamo metterci “nei panni” di altre situazioni?

Sistema solare X, con stella diversa dal sole che emette radiazioni elettromagnetiche più energetiche e a maggior frequenza, pianeta Y ad una distanza W.

Come si può affermare che su quei corpi celesti ci debba “per forza” essere una vita basata su amminoacidi? Si vero, sono stati trovati su comete ed asteroidi e tutto farebbe pensare al binomio: Carbonio-vita, per tutto l’universo.

Ma come sono convinto che per logicità, la vita è nata per pura logica termodinamica e chimica, penso anche, che altrove sempre seguendo le stesse leggi della fisica, ma in presenza di forze di differente entità, la materia si possa essere mescolata in maniera diversa creando intelligenza.

Le mie domande in compagnia delle mie divagazioni e convinzioni, ovviamente vanno inesorabilmente a sbattere contro un muro di nebbia bella fitta, nel senso che nemmeno io saprei nemmeno immaginare una forma di vita diversa da quella conosciuta. E magari una eventualmente diversa da quella a base carbonio, figuriamoci una molto fantasiosamente basata su energia.

Una nuova forma di vita potrebbe essere quella che oltre ad essere autosufficiente e seguire un’evoluzione darwiniana, possa dare output, segni di varia natura in risposta a degli input esterni. Insomma perché una pietra, in certe condizioni non potrebbe essere una forma di vita? Anche se non si alimenta, anche se non si riproduce od evolve, ma più “semplicemente”, reagisce a uno stimolo (..cogito ergo sum..)?

Personalmente sono sostenitore dell’idea che..

..se nell’universo non ci fosse nessun altro che noi, ci sarebbe davvero un gran spreco di spazio.

E con questo vi saluto, e vi consiglio il libro citato.

Ciao a presto,

Dave

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Eccoci qui, mezzi sciolti e liquefatti da questa torrida altissima pressione.

Ho da poco terminato la lettura di un romanzo di Piero Angela (molto bello, da leggere!), intitolato: “Tredici miliardi di anni” che mi ha aiutato a fare una grande scoperta. Erano 65 milioni di anni che non faceva questo caldo sulla terra, ovvero proprio da quando il crudele asteroide cadde sul pianeta!

Bel libro, bello come questa musica di sottofondo, era Stairway to Heaven cantata dai Led Zeppelin su radio.. “che ne so”.. !

Ora Kashmir mi accompagna nella stesura di questo sudaticcio post.

Che periodo. Non ricordo un luglio così poco proficuo. A casa in ferie una settimana, proprio quando hanno acceso “il forno”, e sono ventitré giorni che va avanti così. Niente corsa, niente bicicletta ne addome o qualsiasi altro esercizio fisico.. beh spero di potermi rifare a breve.

Invece la lettura prosegue. Prima del romanzo citato sopra ho letto “il giocatore” di Dostoevskij che ho trovato semplicemente stupendo. Più bello de “l’Idiota”. Anche in questo romanzo il personaggio è parecchio idiota. O meglio dimostra di esserlo verso la fine. In ogni caso Fëdor ha scritto questo romanzo in 28 giorni se ho letto bene la prefazione. Ed in 28 giorni ha dettato alla sua futura moglie questo che è un capolavoro.

Beh oggi a lavoro è capitata una donna (sui trentacinque anni e in attesa di un bambino) che mi ha parlato di un farmaco venduto in Russia ma non nel resto del mondo. Parlando poi del più e del – ho scoperto che lei è nata in una cittadina della siberia del sud, quasi al confine con il Kazakistan. Sai com’è no, il mondo è piccolo, perché in una cittadina della pianura padana, di ventimila abitanti, non puoi trovarci un’originaria di Omsk.. d’altronde siamo global no?

Quale occasione migliore per un interrogatorio da KGB ahahahah.

Ho iniziato a chiederle del lago Bajkal (ma non c’è mai stata), della transiberiana (tra l’altro questa è una delle stazioni), ma non l’ha mai presa, poi ho iniziato a chiederle delle “dacie russe” e dei nomi che si danno al papà o alla nonna: batjuska (sbagliando, io, per entrambi, la pronuncia) babushka. Così sono arrivato a chiederle di Dostoevskij, scoprendo che proprio nella sua città di origine c’è un museo dedicatogli in quanto è stato in quella cittadina, in prigionia, quando venne messo ai ferri.

È stato un momento emozionante, c’è stato scambio culturale in una parafaramacia della provincia piemontese. In ogni caso il mio fiuto da esploratore si è del tutto sbloccato da un periodo a questa parte. Sono più io che interrogo la gente che il contrario. Della serie, a si ma stava chiedendomi del farmaco “x” forse, ops, scusi, mi ero perso nelle stringhe eteree della mia immaginazione.

Poi che altro.

Avevo visto Interstellar, ma forse ne ho già parlato. Non mi è piaciuto per via degli errori grossolani, come quando viene detto che la stella più vicina è a 5 mila anni luce (nella versione italiana, spero in un errore di doppiaggio) roba da esame universitario: “prego quella è la porta, cambi facoltà!”, oppure quando svolazzano tra pianeti extrasolari, anzi, extra lattei con navicelle simili a shuttle ma potentissimi. Tecnologie spaziali da favola e poi la terra che si desertifica. Infine la trama, si originale ma molto “romantica”. Non fa per me.

Ho apprezzato molto il lavoro di design e di costruzione dei modellini e la ricostruzione del buco nero. Le immagini sono bellissime, ma poi diventa tutto così claustrofobico ed un film dove ci sono diversi “fallimenti”, tipici di Nolan come nell’ultimo Batman, dove una minima speranza celata o appena accennata viene mostrata solo negli ultimi secondi.. argh .. ma come si fa? Due ore e mezza di film, drammi pianti, morti e viaggi inconclusivi. Insomma una tragedia.

Sarebbe stato bello un film sull’esplorazione e sui primi passi dell’uomo su un altro pianeta, ma continuano a propinarci roba che per forza deve avere un lato drammatico. Rivoglio il sogno alla star wars, il cameratismo di star trek, mi accontenterei perfino dell’azione horror di quattro marines in “allegra” compagnia xenomorfa (e forse l’attesa non sarà infinita, dovrebbe uscire un film con l’integerrima e cazzutissima Ripley & co).

Ora (o meglio non ora che sto per uscire) torno ad Arturo Conan Doyle, poi vi racconterò come mi stanno piacendo le avventure dell’investigatore più famoso di Londra. Ma devo chiedere scusa a tutti coloro che, leggendo quel che segue verrà un “coccolone”. I film di Holmes con Robert D. J. Mi sono davvero piaciuti e così, ora, ogni volta che apro il tomone, ripenso alla facciazza egocentrica dell’attore più pagato del momento. Il fatto è che trovo (parere personale, da amante dell’avventura) sia più adeguato un personaggio così, più simpatico (dottor Watson compreso – Jude Law) ed energetico, piuttosto che il noioso e “statico” di Geoffrey Whitehead (per quanto possa essere una pietra miliare) o dell’odioso Benedict Cumberbatch, star di moda ad Hollywood.

IMG_4391Non sono successe altre cose degne di nota, d’altronde non sono mica Battiato che nelle sue canzoni può raccontare i suoi “viaggi” nei deserti mongoli e sui treni di Tozeur.

Ciao a presto

Davide

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Sono alcuni giorni ormai che ho finito di leggere il romanzo di Stanislaw Lem, mentre è dall’inizio del romanzo che mi ronza in testa una cosa. Ho trovato una netta similitudine tra questa storia e la trama più intrinseca del film del 1997 “Contact”.

Anche se questo film è l’adattamento cinematografico di un altro romanzo del 1985, è incredibile come l’etica e alcuni tratti della trama (doppi progetti, di cui uno segreto; decifrazione di un linguaggio extraterrestre) sono praticamente gli stessi.

Nel film Contact c’è più fantascienza “visiva” ma se, il film, viene “letto” bene, è intriso di essenze filosofiche di notevole spessore. Tutto porta ad andare al di là del “progetto” sci-fi della costruzione di qualcosa tecnologicamente avanzato. Questa mera attrattiva filmografica, è sicuramente un piacere per gli occhi e per l’immaginazione ingegneristica e astrofisica. In realtà viene costruito una storia che serve per noi stessi, non per capire cosa voglionogli alieni.

Capire cos’è la civiltà, il nostro passato e dove potremmo andare nel futuro portandoci stretto stretto, il nostro retaggio.

A tal proposito le ultime pagine di Stanislaw Lem ne, La Voce del Padrone, sono un capolavoro che valgono tutto il libro.

Come pensavo, torna a parlare dell’utilità del progetto e di altri concetti chiave per capire il Mittente intergalattico o addirittura inter-universo (sempre se, poi, effettivamente ce n’era uno!, il perché non lo trascrivo). Quindi i personaggi tentano di fare ipotesi e una su tutte è quella illuminata, e che lascia il lettore a bocca aperta!

La civiltà Mittente, che quindi dovrebbe essere, come significato fantafilosofico di Stanislaw Lem, l’apice dell’evoluzione di una Civiltà con la c maiuscola, una biosfera. Come se fosse una foresta dove i suoi alberi sono tutti collegati armonicamente tra loro. Nessuno è al di sopra di un altro essere, tutti i bisogni sono soddisfatti, ma gli esseri non sono vegetali, ma in possesso di intelligenza.

Questa Biosfera, secondo Lem, permette agli abitanti di trasmettersi tra loro materiale genetico, ma di preservare e scambiarsi anche emozioni sotto forma di materia, proprio come con il DNA durante un processo riproduttivo.

Non si tratta di trasmettere un emozione, per esempio, triste, per creare in un altro essere, compassione e pietà e quindi ipocrite superiorità o complessi di inferiorità. Si tratterrebbe di scambiare emozioni per imparare dal passato (e come sentiamo ipocritamente dire sempre oggi) per creare un futuro migliore, e per diluire tra gli esseri comunicanti, della biosfera, le emozioni. Tutti sarebbero così partecipi e stretti l’uno con l’altro alla gioia di una nascita, al piacere di un orgasmo, al lancinante dolore di una persona per un individuo che manca all’affetto.

Tutto questo con lo scopo di non lasciare “solo” l’altro individuo. Non mi sembra affatto male come idea.

Tra l’altro, aprendo una piccola parentesi, questo modo di fare di questo sistema di individui, mi ricorda un po’ il personaggio de “L’Idiota” e chiudo.

La cosa ironicamente divertente, è che quando Lem ci racconta questa sua idea di Società, e lo fa con il suo solito “pessimismo”, succede che il Progetto si conclude. Gli scienziati sono pronti per tornare alle rispettive vite, e il nostro personaggio tira le somme, non tanto del Progetto, ma di come andò a finire con i suoi più stretti collaboratori che in alcuni casi sono stati suoi amici e “complici”.

Beh, a proposito di scambiarsi materialmente emozioni, cosa che ovviamente non possiamo fare, accadde che Hogarth non vide e nemmeno sentì via posta, mai più nessuno di loro. Mentre il suo migliore amico e collega morì di Cancro, definendo questa malattia con una freddezza quasi immorale.

Lem qui mette al massimo il suo “indice di pessimismo”. Sappiamo benissimo che ci sono varie forme per scambiarsi emozioni e ricordi del passato per migliorare il futuro.

E una di queste forme è rappresentato da quello che lui stesso ha creato, un libro.

E con questo post, ho definitivamente chiuso la porta sul romanzo di Lem, mentre oggi ho già iniziato la lettura di “Neanche gli Dèi” (tra l’altro super avvincente) di Asimov, e guarda un po’ il caso, nemmeno a farlo apposta parla di messaggi inter dimensionali tra uomini e mittenti ignoti. Non ci credevo !

#plutonio186

#plutonio186

Ciao a presto,

Dave

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Scrivo quanto segue dopo aver dato una sferzata, un colpo di reni che mi ha portato quasi alla conclusione della lettura del romanzo di Stanislaw Lem.
Con mille +1 attività di intrattenimento disponibili oggi, non riesco a concentrarmi solo sulla lettura, ma lo stesso vale per altri hobbies, a volte, lasciati un po’ in sospeso.
Per fortuna riesco ad essere abbastanza costante e riesco a passare da uno all’altro ciclicamente magari concludendo la serata a letto con il libro.
Anche se questo mio modo di fare non è infruttuoso, perché riesco ad essere imparziale e spesso oggettivo nel dare giudizi (sul film o su una partita, per esempio), l’unica pecca è che per fare tutto non posso che dedicare poco tempo ad ognuna di questi hobbies. E la lettura è ovviamente l’hobby che dal punto di vista intellettuale necessità di un maggiore sforzo, così dopo aver sottoposto la mente a tanti input, tv, schermi retroilluminati etc., le energie cerebrali sono quasi esaurite quando è il momento di leggere.
Inoltre questi intrattenimenti sono più o meno piacevoli, e secondo la mia giornata, una volta sono più per la lettura, mentre un’altra sono per la più rilassante visione di un film. Ma questo è la stessa cosa di quando si esce con gli amici. Per questo è bello variare, per non annoiarsi, per avere stimoli diversi e per evitare la ripetitività di una certa azione, ed è per questo che sento il bisogno di almeno un paio di settimane sabbatiche. Eviterò i sabbato sera per il momento, approfittando del fatto che per due settimane sarò di turno proprio tutto il weekend fino alle rispettive domenica pomeriggio, il che mi permetterà di evitare discoteche locali e pub fino a metà giugno.
Probabilmente approfitterò dell’occasione per leggere!

Dunque la domanda è: che razza di romanzo è questo?
Beh in parte ho già risposto alla domanda in altri post. Non è un classico romanzo costituito da una trama da inserire in una tipologia di schema o in un genere letterario. Infatti non è un giallo, non è un thriller, un fantasy etc., ma Stanislaw Lem scrive un rapporto.
Questo libro immaginato è il rapporto di uno scienziato immaginario di nome Hogarth (veniamo a conoscenza del nome solo a pagina 109, un po’ meno di metà libro), fantasiosamente “scritto” dopo la sua partecipazione e collaborazione con il progetto “Voce del Padrone”.
Potrei quasi azzardare di aver carpito un certo non so che di “noir” tra le righe, mentre è certo il genere, che è, citando Hogarth stesso a pagina 231, “fantafilosofia”.
In questo genere potrei benissimo inserirci tutti i romanzi di Asimov, anche se Isaac aveva uno stile molto meno prolisso, meno da “seghe mentali” e più azione.
Non è un confronto tra i due autori, ma nonostante si possa dire che hanno delle similitudini narrative (come ho appena detto), sono in effetti molto diversi. Con Stanislaw rasentiamo davvero la scienza. In questo romanzo sembra di leggere una tesi universitaria, prolissa, con dimostrazioni intellettuali ma non matematiche (ci mancavano quelle…).
Mi piace proprio poter definirlo “fantafilosofia” per alcune ragioni. Una delle cose che mi piace di più, è sapere che è stato proprio l’autore stesso a parlarne anche se quando ha inserito questo termine, lo ha fatto, quando Hogarth definì “fantafilosofia” le ipotesi messe in campo da altri scienziati (tutti immaginari), che tentavano di dare spiegazioni più o meno fantasiose e vicine al “divino” del segnale arrivato dalle stelle.
Questo romanzo, a mio avviso, non si può riassumere (nel senso stretto del termine). Perché? Perché è colmo di ipotesi e ragionamenti. Di argomentazioni politiche e scientifiche e logiche, tanto che a volte, dal fuori, chi legge, non capisce se quello che c’è scritto è frutto di fantasia oppure ci sono effettive basi scientifiche. Nel senso a volte è capitato che mi chiedessi: ma Stanislaw Lem ha fatto studi particolari prima di scrivere questo romanzo? Ok, Stanislaw era un dottore in Medicina, e sicuramente un genio, vista la sua carriera da scrittore. Ma quando parlava di fisica, avrà semplicemente immaginato oppure ha fatto un preciso studio, scrivendo e trascrivendo ogni suo pensiero filosofico e logico? Io penso che la risposta giusta sia la seconda.
Il romanzo è composto da una “infinità” di domande e gli scienziati e lo stesso Hogarth (che poi avrebbe appunto trascritto tutto in questo rapporto), fanno ipotesi ed elaborano teorie per darvi una risposta. Queste risposte sono frutto di migliaia di ragionamenti ed esempi elaborati per escludere, per logicità, le risposte obsolete, e a rafforzare invece quelle più giuste, minimali, semplici ma allo stesso tempo complicatissime dal punto di vista della fisica.
A volte passava la voglia di leggere paginate e paginate di ipotesi e contro ipotesi sulle Uova di Rana o sul Signore delle Mosche, ma non solo. A volte il romanzo, o meglio il rapporto, trasbordava dal seminato e Hogarth/Lem trovava spesso da criticare o da ragionare (anche qui in maniera piuttosto “astrusa”) su qualsiasi altra cosa, dalla parentela che aveva un suo collega del progetto, alla filosofia dei tipi di “linguaggi” Terrestre (e badate bene, linguaggio non inteso come forma verbale, ma stimoli scambiati in natura, di svariato tipo).
Per fortuna non è tutto così e quell’aria un po’ da romanzo “noir” mescolata ad intrigo ed etica morale prevale sicuramente sul noioso elenco di ipotesi e critiche varie su “cose” che sinceramente non ho nemmeno capito e non ho avuto la forza e voglia di tornare indietro per cercare di capirle e questo soprattutto per evitarmi dei mal di testa.

Da qualche parte avevo letto una recensione dove veniva scritto che con questo romanzo Stanislaw Lem aveva un secondo fine (il classico doppio senso filosofico..), ovvero criticare in maniera nichilista, tutto. Dai politici agli scienziati, dalla storia passata agli sviluppi futuri e dalla religione al sesso.
Si in effetti c’è una vena polemica, anche se non è nascosta molto bene ma è esplicito!
Io come ho già detto in altri post sono una persona alla quale piace soprattutto la trasparenza. Mi chiedo con quale forza masochistica uno scrittore fa il giro dell’orecchio, scrive un romanzo su un pinco pallino, e nasconde dietro le sue parole qualcosa che, in un secondo momento, altri autori e scrittori trovano essere, non so, l’origine di un genere letterario o di un pensiero filosofico. Non le capirò mai queste cose.
Sarà che sono io quello banale, ma rimane il fatto che dopo una lettura piacevole di un giallo, per esempio, alla fine sono appagato dal suspense, dalla trama intricata…
Perché mai devo fare un pensiero a mo’ di volo pindarico, per capire che la “signora Fletcher” del romanzo sottocchio, è in realtà la personalizzazione di una fine purezza che si denuda di fronte la cultura occidentale trafitta da una miriade di vizi che la rendono il male assoluto del mondo? Ahahahah! Ma che due scatole!

In questo libro, in realtà Hogarth parla male dell’umanità, e lo fa consapevolmente. Stanislaw Lem, fa “parlare” il suo personaggio. Lem è democratico, gli fa esprime a pieno il suo pensiero. Ma non solo quello di Hogarth. Hogarth spesso trascorre del tempo con pochi altri colleghi e durante questo tempo, anche i colleghi esprimono le loro opinioni sul mondo e sulla politica. Sono tutti molto critici. E da scienziati, il loro pensiero è logico, non comunista o fascista. Ma logico.

Prima di tentare una “messa a punti” del romanzo volevo solo citare un paragrafetto.
Qui a pagina 216 (parlo sempre della versione edita “Bollati Boringhieri”), Hogarth/Lem tenta di definire l’umanità. Perché fa questa operazione? Perché pensa che prima di cercare di capire e decifrare un segnale da un mittente galattico, bisogna capire come e dove sta andando la nostra civiltà. Inoltre era necessario dare una risposta al cosa si intende per civiltà. Quella del Mittente poteva benissimo essere una civiltà Unita sotto una stessa bandiera, senza diseguaglianze interne nello stesso pianeta o in un insieme di pianeti. Mentre sulla Terra, la civiltà è perennemente divisa sotto bandiere diverse, è costituita da una maggioranza di esseri che vivono nella soglia della povertà assoluta e una minoranza che oltre ad essere benestante è anche al potere. Inoltre ci sono costantemente paesi in via di sviluppo, in corsa per sedere al tavolo dei grandi poteri economici mondiali e quelli che partecipano alla corsa agli armamenti.
Infine direi che il ragionamento, riportato testualmente di seguito, si potrebbe estendere al tentativo di spiegare, ciò che consegue questa divaricazione sociale: il fenomeno dell’immigrazione.
Tra l’altro, in Italia siamo in piena “crisi immigratoria”, in prima linea, e questo paragrafo è caduto, direi, a fagiolo.

Una civiltà “divaricata” sul piano tecnoeconomico come la nostra, con un’avanguardia che sguazza nel benessere e una retroguardia che muore di fame ha già, proprio per questa sua divaricazione, una linea di sviluppo chiaramente tracciata. In primo luogo perché le retroguardie rimaste arretrate cercano di uguagliare in benessere materiale le prime linee; benessere che, per il solo fatto di non essere ancora raggiunto, sembra giustificare la fatica di inseguirlo. In secondo luogo, perché l’avanguardia abbiente, in quanto oggetto di invidia e di competizione, vede così confermato il proprio valore: dal momento che gli altri la imitano, quello che fa non deve essere solo buono, ma addirittura eccellente! Il processo diventa quindi circolare poiché si instaura un crescendo positivo nei moventi che incrementano la spinta in avanti, ulteriormente spronata dal pungolo degli antagonisti politici.
(..)
Ma una civiltà che abbia raggiunto un simile stato di uguaglianza e, per ciò stesso, di omogeneità, è per noi qualcosa di completamente sconosciuto. Sarebbe una civiltà giunta a soddisfare le elementari necessità biologiche di tutti i suoi membri, per cui, a quel punto, i suoi vari settori nazionali potrebbero procedere a cercare ulteriori e diverse vie verso l’avvenire, un avvenire ormai libero da problemi economici. E tuttavia, sappiamo già con certezza che quando sui pianeti passeggeranno i primi emissari della Terra, gli altri suoi figli sogneranno non spedizioni del genere, ma un tozzo di pane.

In questo delirium di informazioni, il rapporto spiega che:

  • captato sulla Terra un fascio di neutrini che aveva una certa ripetitività, forza di segnale, tanto che in teoria (o meglio la teoria iniziale era quella) doveva per forza essere “artificiale” e “inviata” da un Mittente galattico.
  • venne creato un enorme gruppo di lavoro in una località in mezzo al deserto, negli USA, chiamato “Progetto Voce del Padrone”.
  • in seno ad esso gli scienziati divisi in due grossi tronconi studiarono il segnale e “scoprirono” avere una natura “biologica” (il tratto di romanzo dove cerca di dare una spiegazione a questa cosa non l’ho capita..). Entrambi i gruppi, lavorando separatamente arrivarono alla stessa conclusione creando praticamente la stessa cosa. In pratica, usarono il segnale come una istruzione galattica su come costruire un essere tra il biologico e il quantistico, e “costruendolo” con la giusta miscela proteica energetica e di elementi chimici, ottennero entrambi la stessa “creatura” (che però non interagiva, non era un alieno, per intenderci ma le sopra citate, Uova di Rana e il Signore delle Mosche).
  • su questa materia “biologica” erano eseguiti tantissimi esperimenti, soprattutto per capire come questa materia potesse usufruire di una reazione nucleare fredda per autoalimentarsi. Durante lo studio, uno scienziato scoprì una caratteristica quantistica della creatura. Egli osservò degli spostamenti nello spazio di nuclei (se ho capito bene..) che poi si annichilivano. Questo spostamento era istantaneo. Se l’esplosione si sarebbe aspettata in un luogo veniva invece osservata in un altro, come se si muovesse alla velocità della luce (avrei pensato più ad un teletrasporto).
  • questo nuovo fatto indusse il gruppo a fare dei ragionamenti etici sulla corsa agli armamenti e su come dovevano porsi sul fatto che se anche il nemico (la Russia) avesse avuto quelle informazioni poteva armarsi. E quindi su come, in possesso dell’arma, i due “contendenti” avrebbero potuto puntarsi la pistola alle reciproche tempie e, conoscendo quale sarebbe stato il risultato finale (l’annientamento della vita sulla Terra), non avrebbero mai e poi mai premuto il grilletto. Quindi forse era un bene continuare la ricerca su come poter usufruire di quella caratteristica, ovvero nello spostamento spaziale, in questo caso, della forza distruttrice dell’esplosione di una testata nucleare in un ben determinato punto preciso dello spazio, per esempio su un esercito schierato.
  • dopo che altri esperimenti, decretarono che l’uso stesso a questo scopo era impossibile (non sto qui a scrivere il perché..), si ritorna, per concludere, spero, al resoconto più generale sull’utilità dell’intero progetto.

Spero non essere stato noioso, è stata fino ad ora una lettura tutt’altro che semplice per me.
Però molto stimolante e sono contento di averla continuata, anche se l’ho trovato davvero un genere atipico e di nicchia.

A presto ciao,
Dave

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